Wikileaks e gli universi che cadono a pezzi

Hai pochi spicci per chiamare. Sei in una cabina telefonica, quella attorno è la tua città. Piove forte e le gocce si infrangono a pochi centimetri dal tuo sguardo. Davanti hai palazzi uguali. Se aguzzi lo sguardo scoprirai che si stanno screpolano pian piano. Il mondo si è probabilmente già frantumato, la realtà è forse solo una tua illusione. Se questo pensiero ti sfiora, un brivido scende lungo la tua spina dorsale e si infrange ai fianchi. Frughi nervosamente nelle tasche per tastare le ultime monete. Componi il numero. Se quella che senti dall’altra parte è la tua voce, sei probabilmente in un romanzo di Philip Dick. Si dice che le regole (e quindi anche canoni e generi) esistano solo per le eccezioni. Dopo Dick, parlare di “fantascienza” è sempre stato piuttosto riduttivo. Non mi riferisco del passaggio (scontato) da una visione “positivista” a una visione “critica” della tecnologia. Parlo della rivoluzione assoluta dell’idea di “controllo sociale” presente nelle sue opere. Nei romanzi dello scrittore californiano non c’è più nessuna realtà da controllare, per il semplice fatto che la realtà è già esplosa, ed è semplicemente incomprensibile. Il detonatore che l’ha frantumata è l’informazione.

Il potere si fonda sulla creazione di universi informativi illusori, ai quali non è conveniente reagire. Quelli che lo fanno possono solamente creare altre personali cosmogonie destinate a cadere a pezzi, come ricordato in un bel saggio di Francesca Rispoli. Tutti i personaggi di Dick si muovono in un illusione così forte e così invisibilmente coercitiva da sembrare vera. La cifra stilistica è l’isolamento, quella narrativa l’ambiguità, il dubbio (spesso) l’unica forma di poesia praticabile. Realtà e rappresentazione sono diventate la stessa cosa. La repressione non serve più. Basta rendere la realtà incomprensibile per inibire ogni azione o reazione dei personaggi. Il meccanismo a livello sociale è più o meno questo: “Non so chi colpire, perciò non posso agire” come recita una canzone degli Afterhours. Gran parte del cinema contemporaneo considerato di fantascienza (ivi compresi classici come Matrix) senza le opere di Philip Dick non sarebbero nemmeno concepibili.

Philip Dick

Fortunatamente non sono in una cabina periferica periferica con pochi spicci in tasca (anche se ho perso il telefono proprio oggi) e attorno non sta piovendo, perché parlare di Dick allora? Credo che le distopie non arrivino mai (fortunatamente) a realizzarsi concretamente. Non abbiamo (più o meno) mai vissuto in 1984 , ma Orwell, come Huxley e come tutti i grandi maestri del genere hanno indicato le coordinate di una possibile deriva, estrapolando ed estremizzando degli elementi costitutivi della nostra realtà, componenti spesso “avvertiti” come positivi o addirittura fondanti per i parametri culturali in cui siamo immersi. Bersaglio di molte distopie del secolo scorso sono state le utopie positiviste di sviluppo e progresso tecnologico e sociale.

Il mito della società della conoscenza è quello dell’ ”Informazione”. I processi informativi , l’interconnessione globale, la libera possibilità di espressione di tutti gli utenti renderebbero più “trasparente”, più “democratica”, in poche parole più “libera”, la nostra società.

Prendete l’esempio di Wikileaks. Wikileaks (da leak, “fuga di notizie” in inglese) è un’organizzazione internazionale che riceve documenti coperti da segreto e poi li mette in rete sul proprio sito web. Wikileaks riceve in genere documenti di carattere governativo o aziendale, da parte di fonti coperte dall’anonimato. L’organizzazione si occupa di verificare l’autenticità del materiale e poi lo pubblica tramite i propri server dislocati in Belgio e Svezia (due Paesi con leggi che proteggono tale attività), preservando l’anonimato degli informatori e di tutti coloro che sono implicati nella “fuga di notizie”. (fonte Wikipedia).

L’organizzazione è divenuta famosa ultimamente per la pubblicazione di importanti documenti segreti sulla guerra in Afghanistan, che ha rilevato diversi massacri delle truppe americane ai danni di popolazione civile inerme e una verità tanto temuta, quanto ormai quasi ovvia: la “vittoria USA” è fortemente compromessa.

Dalle lodi al forte impulso di democratizzazione del mezzo ai paragoni con la grottesca situazione italiana, le problematiche derivanti dall0utilizzo del nuovo “wiki” sembrano provenire solo da posizioni reazionarie e conservatrici, con argomentazioni francamente ridicole (almeno per chi scrive).

Col nuovo mezzo sarebbe insomma più difficile occultare delle verità fondamentali ai cittadini e all’opinione pubblica, costringendo gli stati, quanto le grandi corporation (tesi interessante sviluppata organicamente per l’universo pubblicitario da Paolo Iabichino in “Invertising”) a fare i conti con i propri elettori o i propri utenti.

In larga parte questo è ancora vero, specialmente nel paese del surrealismo mediatico-dittatoriale per antonomasia.Ma siamo sicuri che il potere si baserà sulla negazione dell’accesso alla conoscenza ancora a lungo? Sulla diffusione gerarchica di qualche dogmatico motto come “La guerra è pace”? Le distopie di Philip Dick tendono a smentire questa rotta. Se fossi un tiranno invisibile di un suo romanzo desiderei censurare una risorsa informativa presente su Wikileaks o altri siti? Non credo.

Penso che proverei a infiltrarmi all’interno di quel sistema piuttosto, a veicolare informazioni alterate o completamente false o a usare ogni mezzo possibile per depistare chi è dall’altra parte del mio terminale. Proverei poi a frantumare il concetto di “verità”, emettendo una sorgente continua di notizie contraddittorie che tendono a smentirsi reciprocamente, fino a suscitare una forte “ambiguità” e un forte senso di relativismo in chi voglio controllare. In Italia penso che abbiamo avuto un discreto assaggio di cosa intendo . Il potere nella “società liquida” non ha bisogno dei vecchi sistemi repressivi e carcerari. Basta inibire i processi di reazione . E queste tecniche hanno una radice più immateriale che materiale. La tecnologia in quanto tale non serve a rendere la società nè più libera, nè più trasparente, ma a costringere a nuove strategie di sopravvivenza e proliferazione tanto i controllori, quanto i “controllati”.

Tutto questo non può non disorientare.

E allora? Dove mi trovo? Sicuramente non ti trovi in un romanzo di Philip Dick e come già ribadito non c’è nessuna cabina telefonica davanti ai tuoi occhi. Tra le tue dita c’è uno strumento che può virtualmente raggiungere qualunque parte del globo o gran parte degli individui che fanno parte di questa parte del mondo che ti ostini a chiamare “Occidente”. Il mondo non si è ancora frantumato e ne hai bisogno come di acqua. Il potenziale libertario degli strumenti che hai di fronte è sicuramente rilevante. Ma devi stare attento a non perderti nella pioggia informativa che ti si sta rovesciando addosso. Nessun nerd ti insegnerà a farlo. Decidere cosa bere, evitando di affogare, sarà probabilmente sempre più difficile. Dipenderà da questo, gran parte del nostro futuro anteriore .

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