Well, Whatever, Nevermind

Quando uscì “Nevermind” avevo 12 anni. Ho ancora l’audiocassetta da qualche parte, non credo di averla mai acquistata. Passava di mano in mano tra noi adolescenti come qualcosa di eccitante e proibito. Prima di ascoltarlo credo passassi i miei sabati pomeriggio dischi Dance che mi vergognavo a ballare nelle feste, a stipare dischi degli 883 infarciti di storie di periferia e luoghi comuni che avrei odiato e poi rimpianto. “Nevermind” fu uno schiaffo in faccia. Non dimenticherò mai il video di “Smeels like teen Spirits” la mattina, prima di andare a scuola. Un condensato di energia, disperazione, rimpianto adolescenziale e impossibile per qualcosa che assomigliava ad un amore mai ricevuto.
I muri erano crollati, le ideologie si sgretolavano, qualcuno annunciava pomposamente “La fine della Storia” e a Seattle si uccidevano i miti e i colori degli anni ’80 con una rabbia e una disperazione sconosciute al decennio dell’edonismo.

I Nirvana si definivano “punk-rock”. I Nirvana profeti di una rivolta nichilista che non porta da nessuna parte e che tende facilmente a diventare un prodotto di mercato, una posa per sentirsi “cool”. I Nirvana dilaniati da una profonda contraddizione “Il mondo fa schifo, lo showbusiness fa schifo” e loro sempre sul palco a vomitare poesia e disperazione da vendere come le Cult o i Jeans Levi’s.
Nessun fenomeno pop ha segnato la nostra adolescenza come il rock che veniva da Seattle. Una sorta di sussidiario illustrato della giovinezza post-industriale riprodotto e venduto ai quattro angoli del globo, ma capace i sedimentarsi nelle coscienze di giovani inquieti. Nelle loro note c’era la certezza che il modello che ci avrebbe nutrito e poi divorato avesse in sé qualcosa di perverso. I Nirvana erano l’impotenza che si trasformava in rabbia, azione energia. Avremmo avuto venti anni per ammantarla di sarcasmo ed ironia quella sensazione, ma quella “disperata vitalità” rimane lì, senza filtri, senza difese.

 

Mi chiedo cosa sarebbe di loro ora, a venti anni di distanza. I Nirvana al tempo dei social network, in quello spazio dove tutto diventa riproducibile e virale fino a evaporare in battuta o banalità. Il grunge ai tempi dell’overflow informativo. Kurt e soci ai tempi di una delle crisi più gravi del secolo, che avrebbe portato molti giovani (e meno giovani) ad identificarsi con il senso di alienazione ed inutilità esistenziale di molti loro testi. Sono passati più di venti anni, e quel “Well Whatever, Nevermind” continuiamo a ripeterlo silenziosamente. Come una poesia impossibile. O un Mantra.

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