Verità

Camminavo per Roma qualche giorno fa. Una passeggiata lunga quasi venti chilometri, da dove vivo fino al centro storico. Sono quasi sei anni che vivo qui, ma non credo che sentirò mai di appartenere a questo spazio. Ricordo le prime volte che l’ho percorsa: mi perdevo ancora nelle vie del Centro, nelle sue lunghe consolari, nella sua caotica e (spesso) irritante frenesia. E’ una città completamente diversa quella che si trova a poca distanza da casa mia. Una città che ho vissuto per frammenti che vanno sedimentandosi a poco a poco, a caratterizzare un segmento di questa cosa informe che ci ostiniamo a chiamare “vita”.

Ricordo le mattine d’inverno in una Trastevere gelata e incantevole, gli acquedotti e le strade percorse in due ubriachi su un motorino, quello che Il Parco degli acquedotti sa suggerirti nelle mattine di primavera, la penombra di una stanza dove ho intuito il contorno di un seno e di un corpo che mi ha insegnato la felicità e la disperazione, la sporca salita di Via del Pigneto e un freddo che non scorderò. Sono molte le verità in cui mi sono incarnato, anche qui, in questa città. Sono medicine strane le verità. Si compongono con quello che abbiamo attorno. Si mandano giù per guarire dal male più antico dell’essere umano: l’incapacità di sentire la propria esistenza come parte di un qualcosa di più grande. Si dimentica che ciò che scorgiamo negli altri e in ciò che abbiamo attorno, non è, nè potrà mai essere eterno. Eppure si rimane fedeli alla risata fragorosa di un pomeriggio di sole, al futuro che si è scorto in quella notte di febbre, a quella mattina di pioggia in cui le nostre dita si sono aggrovigliate a quelle di qualcun altro e la nostra solitudine ci è sembrata un’insensata illusione.

Sotto le suole delle mie scarpe, nei muscoli delle mie gambe, nello stomaco, in quel pomeriggio di sole ho sentito il doloroso prezzo di quest’illusione. Chissà se rimanere fedeli a un fotogramma non sia la prima causa di infelicità e violenza. Abbiamo bisogno di proiettare il nostro universo in una dimensione eterna per renderlo reale. Sognamo di vivere come gli alberi e dovremmo invece imparare dagli uccelli o dalle stagioni. Continuiamo a fuggire la nostra solitudine mentre la nostra ombra ci suggerisce ad ogni passo di accoglierla.

E so che è tutto molto banale, e che tanti, prima di me l’hanno detto molto meglio. Ma è semplicemente reale, anche oggi, mentre il sole degrada ancora e io sono ancora molto lontano da casa. Uno spazio che camminerò solo. Uno spazio che solo i miei passi possono colmare.

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