Una bancarotta semantica

16 settembre 2011, Salonnico. Apostolos Polyzonis, uomo d’affari di 55 anni si dà alle fiamme. In una sequenza di foto che diventerà una delle icone visive di dello sciagurato 2011 che ci ha da poco abbandonato, si intravede l’uomo imbracciare una tanica di benzina, cospargersi di combustibile e prendere fuoco, mentre un poliziotto accorre con un estintore per cercare di spegnere l’incendio. “Mio figlio ha appena finito il servizio militare e non trova lavoro, io e mia moglie siamo disoccupati e non abbiamo nemmeno il minimo necessario per vivere”. Aveva cercato di convincere la banca a non ritirare il mutuo senza successo. “Non hanno voluto nemmeno parlarmi, se tornassi indietro non rifarei quello che ho fatto forse, ma darei fuoco ai bancomat o ad altre strutture dell’istituto”.

Una delle tante immagini, dei frammenti di breaking news destinati a non sedimentarsi, evaporando lentamente nel mainstream informativo quotidiano. Quattro mesi dopo la Grecia è un paese completamente in ginocchio. Agghiaccianti i dati : un tasso di disoccupazione cresciuto dal 13,5 al 18,2 per cento, con metà dei giovani sotto i 34 anni e privi di occupazione e strutture pubbliche al collasso, mentre le istituzioni internazionali chiedono altri pacchetti di sacrifici per evitare il rischio bancarotta. In questo contesto il paese ellenico, fino all’anno scorso il paese europeo con il più basso tasso di suicidi, ha visto aumentarne la quantità del 22%, diventando così il paese con il più alto tasso di morti volontarie .

Problema nuovo? Diciamo di no. Il primo ad analizzarlo fu un signore barbuto dall’aria falsamente nobiliare, più di cento anni fa. Émile Durkheim, tra i padri di quella scienza che verrà poi chiamata sociologia, fu il primo a introdurre un concetto interessante. Lo studio viene pubblicato verso la fine dell’ottocento, quando ciò che verrà ribattezzato come “Seconda Rivoluzione industriale”, processo che aveva mutato progressivamente gran parte dell’economia e degli assetti sociali del Vecchio Continente, era ormai compiuto. Ricostruendo, a dire il vero in modo abbastanza positivistico, i fattori sociali che predispongono a un atto radicale come il suicidio, Durkheim introduce il concetto di “suicidio anomico”. Questa tipologia, tipica delle società industriali collega, secondo il sociologo francese, il tasso dei suicidi con il ciclo economico. Il numero delle persone che si tolgono volontariamente la vita aumenterebbe nei periodi di sovrabbondanza come in quelli di depressione economica. Glissiamo sul fenomeno in quanto tale, è forse più utile concentrarsi su altro. Il termine anomia ad esempio, parola complessa, dal significato criptico e quasi clinico. Anomia già, e cosa significa?

Tipica delle società a forte mutamento sociale e produttivo, per il nostro barbuto amico francese, l’anomia è determinata dall’assenza di norme sociali, di regole atte a orientare e contenere entro certi limiti appropriati il comportamento dell’individuo. Superando il primo scoglio di comprensione, si può facilmente intuire che non stiamo parlando solo di norme istituzionali, ma anche di codici culturali e narrazioni che sappiano congiungere il nostro vissuto individuale a quello di una collettività. L’anomia si configura come un distacco tra l’individuo e la società. Nella fase più acuta di questo stato l’esistenza stessa di una comunità perde completamente di significato. Non sento di appartenere a nulla, nulla mi appartiene.Una lezione vecchia più di un secolo che può fornire ancora suggestioni.

La società industriale, nella sua forma capitalistica, ha indubbiamente i suoi meriti. Al di là del miglioramento delle condizioni di vita (in occidente), è indubbio che questo assetto abbia portato anche a numerose conquiste in termini di libertà individuale. Eppure. Eppure non si può negare che questo sistema divori ferocemente i propri figli. Ciò è assai più evidente durante le crisi cicliche che lo contraddistinguono come quella che stiamo vivendo. Non credo che esistono altre precedenti forme di organizzazione sociale dove i giovani vengano visti come “un problema”. E’ possibile che la generazione dei ventenni e dei trentenni, che dovrebbe essere il fulcro produttivo della società si percepisca costantemente come un esubero in larga parte del mondo occidentale?

Credo che il lavoro sia molto di più di ciò che mi permette di vivere. Simbolicamente, in ogni società, il lavoro è il mezzo con il quale il singolo si relazione e arrichisce una collettività. La mia utilità sociale, la mia appartenenza a una comunità, si misura anche attraverso il mio lavoro. Non si producono solamente beni, si producano (e si consumano) anche significati. Che relazione potrò avere con la società quanto di lavoro non ce n’è? Quando le mie competenze non vengono minimamente prese in considerazione? Quando nell’ennesimo contratto atipico continuo a percepirmi come una pedina assolutamente intercambiabile? Qual è il progetto collettivo che sto contribuendo a creare quando passo un intero pomeriggio al telefono a cercare di vendere aspirapolveri a pensionati ? Io ipotizzo semplicemente che nella maggior parte di questi casi, il significato del termine “collettività” si ridimensioni fortemente per lasciare spazio a una profonda solitudine e allo sviluppo di un’individualità ipertrofica e talvolta ossessiva. Problemi non nuovi, mi si dirà. E’ vero, nulla di nuovo sotto al sole. Ma credo che sia più duro accettare questa condizione senza il conforto di una comunità o di una prospettiva diversa. Con la scomparsa di belle favole come il “Sol dell’avvenire”, o il “Regno dei cieli” se preferite, rimane la sopravvivenza, la lotta costante per rimanere in piedi, non molto altro.

Non si tratta di rimpiangere età dell’oro: non sono mai esistite. Non si tratta di appellarsi a utopie che hanno dimostrato tutti i loro limiti. Si tratta solo di liberarsi, come il Candido di Voltaire, dal dogma che nonostante il prezzo che si paga quotidianamente si “sta vivendo nel migliore dei mondi possibili”. Perchè dopo anni di crisi, mi pare che la bancarotta non sia unicamente economica. C’è una bancarotta semantica di cui nessuno ci parla, nè ci parlerà. Perchè il collasso e la mancata elaborazione di significato comporta un prezzo. E, come ci insegna la crisi infinita del credito che stiamo vivendo, qualcuno prima o poi viene a chiedere indietro il conto. Quasi sempre.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked. *

Related articles