Travelling light

“Non sono solo, ho incontrato altri che viaggiano leggeri, come facevamo io e te”: sono tra i versi di un vero e proprio album capolavoro, l’ultimo di uno dei grandi maestri della canzone. Il “viaggiare leggero” per Cohen, non era una predisposizione spontanea, ma una conquista. Una di quelle per cui (spesso) non basta una vita intera.

“Breavman conosce una ragazza di nome Shell che si è fatta fare i buchi alle orecchie per mettersi lunghi orecchini di filigrana. I fori si sono infettati e adesso lei ha ha una piccola cicatrice su ciascun lobo. Lui le ha scoperte sotto i capelli di lei”: questo invece è l’inizio de “Il gioco preferito”, il romanzo che Leonard scrisse nel 1963, ben prima di diventare uno dei più grandi cantautori di sempre. Poche righe in cui è già presente tutto il suo universo:  dal mistero che fa scorrere il nostro sangue verso le vene di qualcun altro alla porosità di tutte le maschere dietro le quali ci nascondiamo.

“Dì che il senso dell’amore sta tutto nel tentativo di infilare le dita nei buchi della maschera della persona che ami. Di far presa in qualche maniera su quella maschera, e chi se ne importa di come ci riesci.” dice una ragazza in un racconto di Foster Wallace. Cohen scriverà, qualche anno dopo il suo primo romanzo, “C’è una crepa in ogni cosa, è da lì che entra la luce”.

Ricordo una notte lontana in una città bellissima: Sarajevo. Una notte passata con una ragazza sconosciuta. Parlavamo di Leonard Cohen come di un amico comune di infanzia. Uno di quelli che ci  conoscono come le nostre tasche, con cui abbiamo passato le esperienze più importanti della nostra vita, ma che non vediamo da un po’.  Le sue canzoni, i suoi versi, erano il nostro legame, una terra su cui incontrarsi e trovare immediatamente un’improbabile complicità. Lei americana, “esiliata” volontariamente in una città così lontana, io un turista alle prese con scelte e pensieri che non riuscivo a sciogliere.

Attorno a noi un gruppo punk tedesco e un americano che mi guardava con aria strana. “Guarda tutti con aria diffidente, non ci far caso. Ha lavorato a Guantanamo , poi è tornato qui. E’ un ex militare. Odiava quello che faceva , ha combattuto anche nei Balcani e quando ha mollato l’esercito si è trasferito qui. E’ buffo, ma questo è l’unico luogo dove si è mai sentito a casa. Anche per quei ragazzi tedeschi è lo stesso. In fondo è come trovarsi dentro una canzone di Leonard Cohen”. Perché l’umanità delle sue canzoni era questo,  un esercito di emarginati e rifugiati capaci di intuire la grazia e l’orrore e incapaci di chiudere gli occhi. Uomini e donne capaci di consacrare la fragilità di ogni bellezza.

Ho molti ricordi delle sue canzoni, ma so che non scorderò mai i quattri accordi di “Dance me to the end of love” in quel bar sgangherato. Non so che fine abbia fatto quella ragazza, so che senza il tappeto delle canzoni di Leonard le nostre dita non si sarebbero mai incrociate, nemmeno per un’istante. E che imparare a “viaggiare leggeri” è forse l’unico compito che ci è dato davvero imparare.

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