2+2 = 5

Quando avevo forse 9 anni, la maestra appese un mio disegno, lodandomi (e imbarazzandomi) davanti all’intera classe. I muri stavano crollando, le ideologie si dissolvevano e mentre gli altri miei compagni disegnavano treni, auto e casette con camini fumanti, io, da sempre negato per il disegno, non avevo trovato nulla di meglio che tracciare un semplice schemino che peccava di ingenuità e pedanteria.  A una bandierina degli Stati Uniti, alla quale erano affiancate altre bandierine del blocco occidentale, seguiva una freccia verso la parola “democrazia” e l’equazione “Si vive bene”. All’altra corrispondeva una grande bandierina dell’URSS, alla quale erano affiancate quelle dei paesi satelliti che si andavano via via liberando dal giogo di Mosca. Anche qui c’era una freccia verso la parola dittatura e la frase “Si vive male”.

Ok, avrei avuto anni per vergognarmi e rimuovere questo semplice schemino, originato da un semplicissimo dialogo. “In Russia non si vota?”. “No, c’è un solo partito, non è possibile scegliere”. “Perché no?”. “Perchè, lo capirai più in là, le dittature hanno paura delle libere elezioni”.  Non riuscivo a capacitarmi come quella nazione immensa che si estendeva dal Baltico al Pacifico potesse negarsi questo “semplice” diritto. Ritenevo istintivamente, nella mia ingenuità, che la possibilità di “scegliere” fosse una variabile fondamentale per stabilire dove si vivesse bene e dove si vivesse male.

Un po’ più di 10 anni dopo vagheggiavo  improbabili rivoluzioni e avevo ormai sviluppato una tensione (mai sopita) verso una società più equa e giusta. Era un’estate assolata e io mi trovavo, ormai a fine luglio, a invidiare tutti i miei amici ormai al mare e preparare l’ultima sessione di un esame piuttosto lungo, penso fosse qualcosa come “Storia del Pensiero Politico Moderno”. Mentre leggevo svogliatamente il manuale e riflettevo sulle motivazioni del fallimento di tutte le esperienze di socialismo reale che mi era capitato di studiare nel ‘900, un barone francese, in quelle pesanti pagine,  mi stava dando implicitamente una risposta: “Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti […]. Perché non si possa abusare del potere occorre che […] il potere arresti il potere”. Affermando che il potere possa funzionare unicamente dove è delimitato e controllato da altri poteri, il vecchio Montesquieu aveva tracciato un principio cardine del liberalismo e un monito. Il potere assoluto genera automaticamente, arbitrio, corruzione, tirannia, disuguaglianza. Pesi e contrappesi istituzionali sono i cardini di ogni ordinamento liberale proprio per questo principio.

Qualche anno dopo quella torrida estate mi sarei trovato a parlare, davanti a svariate bottiglie di vodka in un inglese incerto con tedeschi, francesi, inglesi e austriaci. Eravamo tutti erasmus, e ci sentivamo parte di qualcosa. Dopo oltre un secolo di guerre, quell’Europa che aveva dilaniato i nostri bisnonni e i nostri nonni, ci dava l’opportunità di stare lì a fantasticare, nelle nostre differenze e nella “cazzonaggine” dei nostri venti anni, di destini comuni. Dimenticate austerity e vincoli di bilancio, so solo che nei nostri rari momenti di lucidità ci sentivamo per la prima volta parte di qualcosa che i nostri genitori non potevano comprendere.

Dieci anni dopo mi ritrovo, davanti a un computer, a leggere frasi come “paura del contagio greco”.  Le elezioni presidenziali del paese ellenico spaventano i mercati internazionali e una possibile vittoria della sinistra di Syriza (ascoltando alcuni tg Rai sembra un’entità di stampo marxista-leninista pronta a far detonare il lungimirante e sofferto progetto comunitario) terrorizza le istituzioni europee che temono per la rottura della disciplina di bilancio dell’Unione.

Non riesco a non chiedermi come avremmo reagito venti anni fa se ci avessero parlato di “pericolo elezioni” e “contagio”, ora che il “contagio” non si riferisce più a un possibile avvento di un processo totalitario, ma a un semplice processo democratico. Come spiegherebbe ad un bambino del 2015 questo “allarme”  la mia vecchia maestra di allora?

Cosa penserebbe il vecchio Montesquieu se, dopo aver teorizzato sulla minaccia di “poteri assoluti”, si trovasse di fronte al Moloch del mercato, vera e propria entità informe e transnazionale, capace di divorare diritti acquisiti e condizionare, senza alcun tipo di contrappeso, politiche e governi di mezzo mondo? Mi chiedo come riuscirebbe a conciliare il  suo liberalismo politico con questo tipo di liberismo economico.

Mi chiedo infine che fine abbia fatto quel sogno che accomunava me e i miei amici, appena 10 anni fa, ora che l’Europa  assomiglia drammaticamente all’Italia del ‘900, con enormi quantità di persone costrette a spostarsi al Nord o altrove, e recidere radici o affetti, pur di trovare un briciolo di lavoro, dignità e diritti.

Le risposte sono piuttosto banali, ma troppo spesso è come se ci si ostinasse a far finta che 2+2 è uguale a 5 per  tranquillità  e tirare avanti, anche quando si è intimamente convinti del contrario. Un po’ come recitava una bella (e profetica) canzone dei Radiohead di qualche anno fa.

 

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