Talking about my generation

 

Non mi piace parlare della mia generazione. Non mi piacciono più i film generazionali, la gente che ci ricorda “quanto siamo sfortunati”, i discorsi sull’Italia, sul rimanere e sull’andare all’estero e così via. Fatte queste premesse, provo a mettere giù qualche riflessione che mi rimbalza in mente da un pò.

Ironia, disillusione e altri demoni

Credo che se abbiamo una colpa (e per noi, intendo tutti quelli che oscillano in quella fascia di età che va pressappoco fra i 20 e i 35 anni), questa colpa sia stata talvolta quella di uniformarci alle immagini con le quali ci hanno rappresentato. Fotogrammi di ironica e sottile inconcludenza.
Molti degli eroi della cultura pop di questi anni sono stati antieroi. Personaggi che vagavano in una realtà che si andava via via spogliando di significato e futuro. L’unica forma di reazione di questi personaggi a questa condizione era quello di opporre una strenua forma di ironia. Qual’era il senso di questa ironia? Credo che sia meglio partire dalle premesse. Quelle fondamentali credo fossero presso a poco queste: so di non avere futuro, che non vivo nel migliore dei mondi possibili, e se c’era un Palazzo d’Inverno l’hanno già assaltato. Hanno provato a sconfiggere i vecchi zar e cosa ne è venuto fuori? Che il Palazzo d’inverno è ancora in piedi, che pure quando qualcuno dei vecchi “padroni del vapore” è stato sconfitto, i rivoluzionari sono corsi a ricoprirsi delle antiche vesti degli “oppressori”. Poi? Poi sono stati eretti altri steccati. Tutti si sono riconosciuti come liberi e indipendenti, cosa se ne è cavato? Maggiore consapevolezza? No, probabilmente abbiamo assistito alla prima generazione senza una prospettiva che travalicasse la propria esistenza. All’incapacità di portare avanti modelli di convivenza, progetti di ingegneria sociale, in alcuni casi, anche famiglie ed affetti. Molti dei nostri padri (non i miei, e sicuramente non tutti) sono stati i primi a far proprio il motto “Il mondo inizia e finisce con me”. Le conseguenze politiche, economiche e ambientali di questo atteggiamento sono sotto gli occhi di tutti. Sia chiaro, non si stanno facendo processi. Le attenuanti sono molte e le conquiste reali. Quella che ci precede è stata la prima generazione che ha dovuto fare i conti con la cultura consumistica, la prima nelle quali la donna è stata considerata qualcosa in più di un semplice oggetto domestico, la prima in cui minoranze oppresse da secoli hanno avuto voce, solo per fare qualche esempio. Ma chi, come me, è arrivato dopo, e si è trovato a confrontarsi con quella generazione sui banchi di scuola, a lavoro e nei circuiti culturali, ha sviluppato quasi sempre un senso di profonda disillusione.

Perché allora l’ironia come cifra stilistica degli “anni zero”? Innanzitutto come forma di autodifesa. Non prendo sul serio quello che mi circonda, perché so che non posso realmente influire sul reale. Ho già assistito alla presa della Bastiglia e del Palazzo d’Inverno, so com’è andata a finire. Ha senso tentare un altro assalto? Probabilmente no. Nella cultura pop, questo senso di impotenza è ben scandito dal dolore che traboccava dal grunge dei primi anni ’90. L’ironia è il travestimento di questo senso di impotenza. Siamo stati la prima generazione che ha sentito, anche indirettamente di dibattiti sulla “fine della storia”, intesa come fine della dialettica fra le forze sociali, capace di innescare mutamenti sociali duraturi. L’ironia è un modo per ignorare e decostruire questo meccanismo, per entrare in relazione con gli altri, senza piangersi eccessivamente addosso. E’ quindi una risorsa preziosa. Ma quali sono gli effetti del suo uso in un’epoca dove, per dirla alla Ennio Flaiano, la “satira supera la realtà”, in cui non c’è quasi più nessun valore cardine da decostruire? David Foster Wallace, uno dei pochi scrittori di questi anni a cui non esiterei di affibbiare l’ abusata etichetta di “genio”, riformula il problema in questa metafora:

“Questi ultimi anni dell’era postmoderna mi sono sembrati un po’ come quando sei alle superiori e i tuoi genitori partono e tu organizzi una festa. Chiami tutti i tuoi amici e metti su questo selvaggio, disgustoso, favoloso party, e per un po’ va benissimo, è sfrenato e liberatorio, l’autorità parentale se ne è andata, è spodestata, il gatto è via e i topi gozzovigliano nel dionisiaco. Ma poi il tempo passa e il party si fa sempre più chiassoso, e le droghe finiscono, e nessuno ha soldi per comprarne altre, e le cose cominciano a rompersi o rovesciarsi, e ci sono bruciature di sigaretta sul sofà, e tu sei il padrone di casa, è anche casa tua, così, pian piano, cominci a desiderare che i tuoi genitori tornino e ristabiliscano un po’ di ordine, cazzo…”

La casa che va a fuoco è la nostra realtà quotidiana. I genitori non torneranno. Siamo noi, suggeriva David, a dover diventare “genitori”. Possiamo andare avanti a decostruire e a “sballarci” di non senso, ma è come continuare a mettere a soqquadro casa nostra, incuranti della fine della festa e del post-sbronza. L’ironia, come dicevo sopra, è una risorsa importante, ma va avanti per negazioni, decostruzioni, disincanto progressivo.

Esuberi e deserti

Il secondo aspetto forte di “non senso” è forse però molto più critico e materiale del primo. E’ quello che ciascuno di noi ha sperimentato o sta sperimentando sulla sua pelle. Veniamo da un mondo, che i nostri genitori (quelli che per rimanere a Foster Wallace, non torneranno) ci hanno dipinto in altri termini. Forti dello sviluppo materiale che separava la loro generazione da quella dei loro padri, ci hanno trasmesso il senso di uno sviluppo e di una “promessa di felicità” ascendente e potenzialmente illimitata. Crescendo abbiamo dovuto fare i conti con una realtà molto diversa, e con implicazioni molto più profonde del semplice impoverimento materiale. La realtà di sentirsi prima di tutti degli “esuberi” piuttosto che delle risorse. La maggior parte di noi ha sperimentato questa condizione. Il sentirsi “di troppo” è una condizione relativamente nuova, che taglia completamente i legami con la generazione precedente, connettendoci forse maggiormente con le generazioni che hanno preceduto la generazione degli anni ’60 e ’70, quella dei nostri nonni. Ed è una condizione che svuota completamente “di senso” il nostro rapporto con la società. Se sono un esubero non potrà fregarmene di meno di partecipare alla creazione di un tessuto civile e avrò un rapporto sicuramente più conflittuale con il “significato” di quello che vivo. Mi hanno definito secoli fa come “animale sociale”, allora il senso della mia vita deriverà in larga parte anche da quello che riesco a lasciare agli altri. La nostra società delega gran parte di questo lascito al lavoro. Cosa succede, se di lavoro non ce n’è? O se mi fanno capire quotidianamente che sono assolutamente intercambiabile? Credo che la risposta per chi la vive quotidianamente sia superflua.

 

Nulla di nuovo, mi si obbietterà. E’ vero. Nulla di nuovo. La nostra non è sicuramente la prima generazione nella storia ad affrontare queste difficoltà. Ma, oltre ad essere la seconda che ha vissuto un’alfabetizzazione di massa e la prima in assoluto ad avere accesso ai mezzi di comunicazione, la mia è forse la prima generazione sprovvista di “codici” per affrontare questo passaggio epocale. I tanti italiani immigrati all’estero venivano da generazioni di stenti e povertà, ma anche da riferimenti e coordinate secolari. La cultura contadina aveva i suoi valori, la sua etica, i suoi rituali, la sua religiosità. La cultura operaia, i suoi schemi di conflitto e contrapposizione, e la forza (o forse la pretesa) di sviluppare un tipo di cultura e una gerarchia di valori autonoma da quella dei “padroni”. Il “sol dell’avvenir” era la realizzazione di quelle premesse.
Nel nostro deserto non esistono cartine, né indicazioni, nè oasi. Esistono una gran quantità di miraggi e una miriade di sentieri, che spesso si percorrono da soli.

Any Way Out?

Quali soluzioni? Non sono un timoniere, ma solo un precario navigante. Credo però che non basti più decostruire la realtà che stiamo vivendo. Non si tratta di rinunciare a ridere. Credo però che sia inutile continuare a fornire ironiche negazioni, se non si ricominciano a produrre affermazioni. Forgiare volontà è essenziale per ricomporre una realtà complessa e frammentata, ma anche per ricomporre le nostre identità.

Un primo passo, è forse quello di decolonizzare il nostro immaginario. Evitare di considerarci degli esuberi, ripensare il rapporto esistente tra “lavoro e carriera” e l’immagine che abbiamo di noi stessi, recuperare una cultura del dono e della creatività sganciata da mere logiche mercantili, riconsiderare la nostra “funzione sociale” al di là dalle logiche della “rappresentazione”, ripartendo dai nostri reali bisogni, recuperare una reale dimensione relazionale indipendente dal puro edonismo e dalla sola dimensione ludica. Ricominciare a considerare prospettive e progettualità. “Diventare genitori” significa bonificare il deserto di significati che la società post industriale ci ha posto davanti e cominciare a farlo non solo per noi, ma anche per chi ci succederà. Non ci sono facili azioni di massa da intraprendere. Non più. Ci sono atti di resistenza individuale che ogni “uomo di buona volontà”, per proprie passioni e competenze, è chiamato a portare avanti.

Con una premessa però, che può suonare retorica, ma che scavalca ogni contingenza o sovrastruttura. La terra appartiene a chi dalla terra è ferito, sin dalla prima cicatrice. Così è sempre stato. Così continuerà a essere.

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