Le canzoni di ieri (istupiditi appunti di viaggio, insonnia e nostalgia)

Quando parti ci sei solo tu, aria assente e occhi insonni, a sbirciare gli altri in un aeroporto affollato. Tra troppe sigarette e voci uguali si insinuano parole scorticate, dissonanze che condiranno a lungo i tuoi giorni.

Arrivi e c’è un gran vento. Un vento freddo che sembra sradicare i tuoi pensieri e disperderli su una pianura sconosciuta.

La città che ti accoglie è un labirinto di simmetria che non sai percorrere.Continui a smarrirti su strade troppo uguali prima di rinunciare alla necessità di un ordine. Ti sforzi di ricordare i nomi delle vie, non sai impararli.

Ogni viso, ogni voce, è una mosca annegata nello zucchero, la prima riga di un racconto abbandonato su un quaderno a quadri, un seme sepolto in terra nell’inverno più gelido che ricordi. Se chiudessi gli occhi rimarrebbero solo i tram della notte e il tuo inchiostro, nascosto al di là del vetro. Se chiudessi veramente gli occhi, percepiresti solo le chiavi premere contro la tua gamba destra e la porta di casa socchiusa, come un piccolo cerotto steso su una ferita assai più larga dei tuoi passi.

Hai tasche piene di tabacco, pensieri appiccicosi di wodka, la bocca impastata di discorsi che non comprenderai più. Passi le notti bevendo; sfiori i fianchi di donne che sanno sorriderti e bevi ancora.

Mattino di dicembre, neve ammucchiata agli angoli delle vie, sciarpe dimenticate su divani vuoti, la gente muore tra giornali e caffè: l’odore di pane sfornato ti conduce a casa. Il tempo è solo un illusione che scava le guance dei netturbini, il letto l’unico ad indovinare il tuo contorno.

 

La ragazza che ti scippa via ha occhi così fragili da divorare distanze. Tu labbra troppo sporche di vocali, facili erezioni, dita inesperte, una calligrafia che non sai imparare.

Scotti la tua lingua col del tè bollente, rovesci birra e zucchero sul tavolo, inciampi, sorridi e le sussurri “Lì venne Sally con un tamburello”.

La ragazza che ti scippa via ha mani che tremano. Le prendi nelle tue in un caffè affollato e non sai se lì fuori è notte o giorno. Le stringi, le fermi guardandola negli occhi e qualcosa si arresta per un istante anche in te. Quando lei appoggia la sua testa sulla tua spalla, attorno hai una piazza dai palazzi color primavera, ed è già ora di andar via.

Corri sempre con lo stomaco in subbuglio, con la fame che morde ogni tua vena. I gabbiani volano sopra la tua testa, atterrano su tetti di case sempre uguali. Ti scrutano pigri e riprendono il volo sopra i tuoi passi incerti

Quando ti fermi hai davanti un parco sciacquato da un sole inusuale. Senza accorgerti rimani a guardare un vecchio che cammina piano. Nelle mani ha fiori celesti come gli occhi. La ragazza lo chiama “Light eyes”. Ti vengono in mente quelli di tuo nonno in un lungomare con tutti i sintomi dell’estate, le tue scarpe slacciate nell’ombra, le sue ciabatte che strusciano sull’asfalto. Ti chiedi perché invecchiando gli occhi diventino più limpidi. Ti chiedi se saprai mai leggere l’alfabeto di quei passi.

Le tue gambe si accorciano, poi ricominciano a divorare la strada.

Quando esci dalla città ti sembra di aver oltrepassato gli argini che ti legano al presente. La storia è un nodo che ti si pianta in gola e attende le tue risposte e quelle di chi ti è accanto. Non ne trovi alcuna, ma le domande ti resteranno appuntate per sempre nel sangue. Rimani a fissare foglie cadere su tombe dimenticate e macchiare il cielo, solo quando le senti crepitare sotto le scarpe ti accorgi di esser vivo.

Le città inquiete non ti attendono. Non lo faranno mai. Tu le sorprendi in piena notte, le tieni in piedi con risate sguaiate e discorsi irrequieti che straripano attorno: quando alzi gli occhi è sempre giorno. E c’è che parli sempre troppo, ma è solo la pressione del sangue ad avvicinarti agli altri.

Dormi su treni cigolanti e letti sfatti. Dormi su tappeti e vecchi divani, ma rifletti chiaramente tutti i tuoi sogni e tutti i tuoi incubi sulla superficie lucente del lavandino.

Se ti sporgi senti l’alito dolce e sensuale della città puttana che ti respira contro. Ami e odi la sua lingua incomprensibile, i suoi uomini dalle spalle larghe, le sue donne dagli occhi d’angelo, l’odore d’alcool e vomito nel livido dell’alba, il tuo cappotto inzuppato di neve negli autobus affollati.


 

La scopri silenziosa un mattino e ti fai cullare dai suoi muri screpolati, senza occhi da cercare stavolta, senza più sidro da sputar via. Rimandi più volte la partenza e hai sempre meno soldi in tasca.

Poi saluti la ragazza davanti a un sandwich freddo. Segui con lo sguardo le sue gambe e i suoi capelli tiepidi nel primo sole di marzo. La accompagni sulla solita strada. Fiori bianchi sbocciano sugli alberi attorno alla stazione, ed è l’ultima cosa che intuisci: quando appoggi le tue labbra per l’ultimo volta sulle sue il tuo corpo svanisce. E che ti sono sempre stati sul cazzo i film sentimentali di seconda visione. E’ tutto quello che riesci a balbettare. Il treno si allontana e senti che non scorderai mai la tua mano sul suo sesso. Avrai tempo per cercare un senso. Non ne troverai alcuno.

Quando riparti sei solo di nuovo, come il giorno in cui sei arrivato. Hai uno zaino più leggero e un trolley sporco che non scivola sull’asfalto. Ora conosci ogni strada e cerchi di imprimerla nei tuoi occhi per ripercorrerla di nascosto, quando gli altri non potranno più vedere cosa si nasconde al di là. Arrivi in stazione all’ultimo minuto. Molti di quei visi che hai rincorso per mesi sono lì ad aspettarti. Ciascuno ti augura a suo modo “buon viaggio” e “buona fortuna”, perché quel treno non ti riporterà più a casa.

Quando riparti hai il solletico sul petto, come quando da bambino viaggiavi a lungo a fianco al mare. Il labirinto che hai amato e combattuto per mesi svanisce e si dissolve verso un punto che non riesci a intuire.

Al ritorno le tue parole sono confuse, il sole ti nasconde la fine della via. Tra la folla noti un vecchio vagabondo che cammina alla metà della velocità degli altri passanti. In bocca ha una cicca ormai spenta; alle sue spalle la strada è più nitida.

Il caffè che ordini è sicuramente meno acquoso dei precedenti. Non hai nulla davanti, solo i tuoi occhi che ti spiano da uno specchio opaco. Ti domandi dove può andare un vecchio con i fiori celesti come gli occhi in una domenica d’ottobre di Varsavia. Pensi alla distanza che ti separa dal vagabondo lì fuori. Quando esci,lui non c’è più.

Un punto fra rette che si intersecano, una pietrina fosforescente in un mosaico di cui non fai parte, è il tuo autoritratto. Nello zaino hai un libro con caratteri che smetterai di voler decifrare. Sulle mani dei tagli, invisibili e sottili, come le canzoni di ieri.

Allora ti chiedi quali punti i tuoi piedi hanno dovuto unire per condurti fino a lì, davanti a quel domino senza nome, con piedi formicolanti e nessun’altra vita con la quale poterti fidanzare, se non la tua.

Allora ti chiedi quali coordinate ti hanno portato davanti a un semaforo rotto, con le scarpe che cercano la strada e i capelli che cadono come un velo, a nascondere gli occhi più limpidi che hai mai avuto.

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