Cirkus Columbia: la guerra al microscopio

Come può il nostro vicino di casa, trasformarsi improvvisamente in un estraneo? Come è possibile che in una notte i nostri più cari amici si trasformino in nemici da odiare?

“Circus Columbia”, quarta pellicola del regista Danis Tanovic, offre uno sguardo lucido sulla genesi delle guerre balcaniche, attraverso una lente privilegiata:  un piccolo paese dell’Erzegovina. Qui, un ladruncolo, Divko Buntic , torna con la sua nuova e giovane compagna, dopo un esilio in Germania durato vent’anni. L’escalation è graduale, il registro prevalente è quello dell’ ironia e del grottesco. Un contesto dove tornano a sanguinare ferite mai rimarginate e dove la cordialità e gli schemi che regolano la quotidianità tra gli individui virano lentamente verso l’orrore . E se non si intravedono nè armi, né bombardamenti, né l’immane gamma di atrocità che ha caratterizzato il conflitto, si intuisce quello che la precede: lo sfaldarsi dei legami sentimentali, parentali, relazionali, una premessa che sembra predisporre ad ogni sorta di atrocità.

La trama è una bomba ad orologeria che si innesca pian piano, appena Divko torna in città.  Con l’aiuto del cugino Ivanda, recentemente e “democraticamente” eletto sindaco, l’esule non esita a sfrattare l’ex moglie ed installarsi nella casa dove viveva con il loro figlio ventenne, Martin. Cerca poi di recuperare il rapporto con il figlio mai davvero conosciuto, ma qualcosa cambia. Quando l’amato gattino Bonny – l’unico essere che Divko ama profondamente – scompare, gli equilibri narrativi si dissolvono. Nella ricerca del gattino, Martin e la compagna del padre si innamorano, la violenza prende il sopravvento e gli equlibri che hanno retto a lungo il piccolo paese  si ribaltano. Gli amici si trasformano in nemici in poche notti e la guerra costringe tutti a un’amara presa di coscienza: la pace è  probabilmente solo “un riposo del vento, un odiare a metà” come recita una canzone di De Andrè.  L’epilogo è straziante. Tutti fuggono, Divko decide di rimanere nella sua terra dopo  tanti anni, da quando, da giovane croato,  si rifiutò di far parte dell’armata popolare jugoslava.  Troviamo il protagonista all’alba, solo davanti a una giostra deserta, la stessa con cui giocava da bambino. Qui lo raggiunge l’ex moglie, la stessa con la quale non parlava da venti anni. Salgono sulla giostra. Rimangono sospesi nel mattino, mentre in lontananza si intravedono i bombardamenti che distruggono la piccola cittadina. Il momento della riconciliazione coincide con quella della dissoluzione. Sullo sfondo la Jugoslavia si allontana, come fosse una piccola isola orientata verso la deriva, un finale che ricorda indirettamente quel capolavoro che è  “Underground”di Emil Kusturica.

Dieci anni dopo il premiato (e geniale) “No Man’s Land” il regista bosniaco torna a parlare del terremoto umanitario che ha sconvolto la sua terra. Lì il dramma di quella guerra si riassumeva nella grottesca vicenda di tre soldati (due bosniaci e un serbo) immobili in una terra di nessuno, costretti in una vicenda farsesca  a scannarsi sotto gli occhi di una comunità internazionale impotente e spesso connivente con gli interessi delle varie fazioni.  Qui  è smontata pezzo pezzo per analizzare la genesi dell’odio che la produce.  Lo scenario è minuscolo, capace di acquisire però una valenza universale, perchè nell’universalità risiede la sua tragedia. Nel fallimento di un progetto di convivenza che diventa il simbolo della crisi della modernità intera.

Fa bene ricordare questo, nel momento in cui la guerra dei Balcani diventa lo scenario per trame melodrammatiche – sentimentali nostrane, come nel recente “Venuto al mondo” di Sergio Castellitto.  Tanovic ci ricorda che la sua terra martoriata è forse più di una piccola provincia a sud est, ma il simbolo di ciò che l’intera Europa non è riuscita a diventare. Il  conflitto diventa  lo specchio di una condizione ancestrale; antecedente al diritto, alla legalità, alla cultura. Un pozzo profondo e cupo dal quale, a quasi venti anni di distanza, non è ancora semplice tornare a riveder le stelle.

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