Pioggia di novembre

Primo novembre. Piove. Non ricordo un giorno dei santi diverso, da anni. Scarpe sporche di fango, pioggia che picchietta sugli ombrelli, odore di lumini spenti e di acqua santa: penso al suono della sveglia,a mia madre che alza la serranda, a mio padre che maledice il cielo. Penso a una città di provincia. Tutte le mie origini sono condensate in un sottile lembo di terra a ridosso di due montagne. Una di queste si chiama “Montagna dei fiori”. Me ne stavo lì a guardarla tingersi e spogliarsi di nebbia e nuvole, mentre mia madre cambiava l’acqua ai vasi e le pioggia spegneva le candele. Cimiteri. C’è qualcosa che mi è sempre sfuggito di fronte a una tomba. Non sono credente, ma non credo dipenda da questo. Stargli di fronte è come stare di fronte a un mistero che ti stanca fino a farti sbadigliare. Non riesco ad andare oltre all’orrendo colore del marmo, al riflesso sbiadito del mio volto sulla sua superficie. Quando da bambino arrivavo a scorgerlo, buttavo istintivamente gli occhi lontano, verso le due montagne. Le stesse che avevano fissato i miei antenati probabilmente. Mia nonna sistemava i fiori. Cambiava l’acqua i vasi, accendeva candele, si dava da fare. Tutta una serie di rituali a cui io non attribuivo alcun senso. Quelle azioni erano il suo “contatto”, il suo modo personale di sconfiggere la morte. Assomigliavano ai gesti di ogni giorno, compiuti quando i defunti erano in vita. Una sorta di prosecuzione ideale dello stirare i fazzoletti o del ripiegare le lenzuola. Guardo i rivoli di pioggia che scivolano obliqui sul vetro della mia stanza e capisco forse ora la lezione di quei gesti semplici e apparentemente insensati: non c’è amore senza gesto, religiosità senza ritualità, come non può esistere forma senza sostanza.

Primo novembre. Piove. Non sono tornato a casa. C’è qualcosa di ineluttabile nella pioggia che cade lì fuori. Non puoi fare nulla per fermarla e allora ti arrendi. Mi avvicino al vetro e ripenso alle finestre dalle quali mi sono affacciato e ho fissato per davvero.

Un cortile di Varsavia, panni stesi ad asciugare sopra muri screpolati, calcinacci che cadono sui piedi dei bambini, mentre una palla rotola via nel freddo.

Un sottoscala di Dublino e una stanza troppo umida: la finestra minuscola si affaccia su un piccolo cortile colmo di cianfrusaglie buttate da altri.

Una casa sull’Adriatico, le ragazze con i vestiti a fiori e le gonne corte, l’odore del mare e dell’estate, il casino dei ragazzi che escono da scuola e i soffioni che volano per la via.

Un albero e un piccolo giardino a Firenze,le piccole strisce d’erba che si arrampicano sul cemento e un gatto che guarda ipnotizzato il prato.

La notte che stinge, le antenne che si riprendono il cielo, un letto disfatto e un appartamento al terzo piano; i campanelli delle prime biciclette che si affacciano per la via.

Ogni fotogramma ha una sua narrativa, un suo destino. Non so qual è quello che sottintende queste due piccole curve vicino alla Tuscolana, la casa a mattoncini di fianco,l’insegna del Bar-Latteria qui sotto. Sfioro il vetro con le dita, sento la forza e l’ostinazione di essere vivo e presente a me stesso, al di là di tutti i fotogrammi che mi hanno preceduto. Qui. Ora.

Guardo ancora un po’ la strada, gli alberi che si spogliano piano, la gente con gli ombrelli per la via’. Poi è ora di spingermi dove non mi sono mai spinto. Dove solo io posso andare. La prossima riga.

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