Tra le rughe di Dorian Gray

Ho davanti una vecchia signora imbellettata. Si veste trendy, cool, à la page (altri aggettivi fighetti trovateli voi). Usa frasi giovanilistiche, compete con giovani tronisti e soubrette, ama proferire volgarità e anche ammantarsi di vestiti sottili e scollature in presenza di telecamere, se vi va. Mi metto a ridere. Avverto che quella signora è il contrario di ciò che dovrebbe essere. Poi rifletto. Penso che quella signora probabilmente non prova più piacere nel mostrarsi in questo stato, ma che anzi forse ne soffre. Sento (non avverto, attenzione) che quella signora è il contrario di quello che dovrebbe essere. Vi suona famigliare? E’ una metafora e non è mia. E’ , con qualche piccola-grande variazione formale, la metafora che Pirandello usava per spiegare la differenza fra comico e umoristico. Se avverto sono nel comico, se sento (opzione 2), sono nell’umoristico. Nello sfogliare le prime pagine dei giornali di questi giorni mi è ritornata in mente . Lasciamo perdere la drammaticità e gli aspetti legali. C’è qualcosa di profondamente umoristico in queste cronache da basso impero, che non può affiorare.

Pensare che l’ultima sparata di Berlusclown sia frutto di demenza senile, impotenza sessuale o abbagli da mix coca-viagra e via dicendo è puro ottimismo. Io credo semplicemente che riflettano il modello di comunicazione che usa da quindici anni (ma anche oltre a questa parte). Non lo deduco dalle affermazioni. Lo deduco dalle risposte. Apro Facebook e leggo su molti profili la frase “Meglio gay, che Berlusconi”. Che implica questa forma?

Implica innanzitutto il termine Berlusconi come metro di paragone , pietra miliare dal quale tracciare vizi, inclinazioni e virtù. In secondo ordine la formula “meglio” implica un peggio, quindi relativizza una condizione che di per sé non dovrebbe comportare ne positività, né negatività. Innesca una forma di linguaggio di per sé inquinata quindi. E questa non è un’eccezione. E’ un paradigma lungo almeno quindici anni.

Allora penso che la più grande vittoria di Berlusclown è stata quella di dettare quello che nelle comunicazioni di massa si chiama agenda setting, l’agenda degli eventi (gli sfigati comunicatori come me capiranno, per tutto il resto c’è wikipedia). La dialettica che sottintende molti dei nostri discorsi. La sua abilità è stata quella di minare la superficie stessa del nostro linguaggio.

Ci ha inglobato dentro il suo cinepanettone semantico. Qui non possiamo più vederlo. Non possiamo vedere un vecchio settantenne liftato all’inverosimile, con ricrescite miracolose di capelli, che fa finta di essere un aitante ventenne. Non possiamo sentire il contrario. Come non potevano sentirlo le folle radunate sotto Palazzo Venezia, mentre un uomo dalle buffe movenze gesticolanti additava la rinascita di un impero. Chi gli si contrappone sembra semplicemente un vecchio trombone. Moralista, pedante, palloso. Quasi democristiano nel richiamo alla sobrietà e ai “valori istituzionali”.

Tocca un punto sensibile il Berlusclown. Chi si occupa di comunicazione (ma semplicemente ogni persona dotata di buon senso) sa benissimo cosa tira di più fra un pelo e un carro di buoi. Non sono un moralista. Ho le mie opinioni, ma il fenomeno lo trovo scontato, arrivato a questa veneranda età. Non me la sento di appellarmi al decoro (E’ ragionevole piuttosto appellarsi alla legalità o a quello che ne rimane, nel caso di minorenni o abusi di potere, per quello che vale). E chi lo fa ha già perso.

Il problema vero è che qui tra il pelo e i buoi, ci sono tante, troppe cose. C’è chi a 30, 40 o 50 anni non ha un lavoro e si sente da buttare. Chi ce l’ha e non sa cosa farà domani. C’è chi muore in carcere. C’è il taglio del 90% delle borse di studio universitarie. C’è chi è discriminato ogni giorno. Magari perchè è albanese. Magari perchè viene pestato in una ridente periferia italiana per orientamenti politici, sessuali o esistenziali. Magari perchè abita al sud e si è messo in testa l’insana idea di pretendere legalità, nonostante nessuno sappia più cosa significhi questa magica parolina. Magari perchè non può studiare o perchè non ha gli “agganci giusti” per avviare una carriera o trovarsi un lavoro. O semplicemente perchè ha un figlio e sa che non potrà mai garantirgli un futuro. E allora? E allora raccontateci (e raccontiamoci) un’altra storia. La storia di quel gran pezzo d’Italia dimenticato tra il pelo presidenziale e i buoi del così non si fa (che “così non si fa” lo sappiamo tutti da quasi venti anni). Toccherebbe provare riappropriarsi del linguaggio. Stare attenti, molto attenti ai significati.

Ma basterebbe forse ricominciare a farci domande. Nel blog di un amico, ne ho trovate alcune. Ognuno ha le sue. Inespresse. Inascoltate da quasi ogni media di massa. Da pressochè ogni partito di questo magico arco costituzionale. Ogni risposta che si riesce a fornire è l’incipit di una storia nuova. Un passo verso la magica trasformazione di un puttaniere supereroe in un vecchio col cerone, con la pelle così tirata da serrare, ma non sconfiggere il tempo che passa. Che passa per tutti. Anche per i totalitarismi basati sulle barzellette e le operette di appendice.

Ogni risposta a una domanda reale per la nostra vita e per quella di chi ci sta intorno è un passo in avanti verso un il fermo-immagine di un vecchio che non può accettare gli ovvi problemi relativi alla virilità persa. Verso la descrizione della signora citata da Pirandello, in un bel saggio che ho quasi scordato. Una ruga in più nel volto di quel Dorian Gray padrone della nostra paralisi.

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