Back To the Future

La storia parte da lontano, da un paese distrutto. Attraversa una crisi molto simile a quella dei nostri giorni, che si innesta però su una povertà secolare e senza rimedio. Ha il colore delle periferie di Manchester, delle mattine di Liverpool, delle interminabili giornate dei minatori inglesi. Si dipana su volti segnati dal peso degli anni e rischiarati dal riscatto. Si, perché questa è la storia di un riscatto. La testimonianza di un’autentica rivoluzione, capace di modellare il nostro presente, fungendo da parametro imprescindibile di quello che tuttora chiamiamo “benessere collettivo”.

Costruito unendo materiale d’archivio, testimonianze e valutazioni critiche, “The spirit of 45”, ultima fatica di Ken Loach, ci immerge nel secondo dopoguerra inglese. La guerra era vinta e restavano soltanto macerie. Non erano solo quelle del conflitto a pesare, ma anche quelle insostenibili della grande crisi degli anni ’30. “Nella mia casa, famiglia di minatori, dormivamo in cinque in un letto letteralmente sommerso da pulci e parassiti. Inutile cercare di estirparli, brulicavano in tutta la casa” racconta uno dei testimoni.

Quando parliamo di “crisi” dovremmo sempre considerare alla parentesi storica in cui siamo cresciuti. L’ormai vituperato” Welfare” fu un’invenzione di quegli anni. Il mondo dei nostri genitori, e in parte dei nostri nonni, fu un mondo di diritti sconosciuti al Vecchio Continente.

Dal diritto alla casa a quello alla salute, dal diritto al lavoro all’istruzione: “The spirit of 45” è un’ode romantica a un universo in via di estinzione. Segue l’istituzione di pilastri fondamentali della nostra civiltà ad opera del governo laburista inglese del secondo dopoguerra. L’utopia di una serie di protezioni che potessero accompagnare l’individuo “From the cradle to the grave” (letteralmente “Dalla culla alla tomba”), per accrescerne indipendenza e libertà.

Tra le tante testimonianze dei protagonisti, quella che spicca di più è proprio la consapevolezza di essere finalmente “padroni della propria vita”, dopo secoli di privazione e servilismo. Per la prima volta si azzerava per gran parte della popolazione lo storico gap fra “libertà formale”, tipica dei vecchi impianti liberali ottocenteschi e “libertà sostanziale”, che è (e resta) la libera scelta non inquinata dal bisogno.

L’epopea di Loach si arresta all’avvento del primo governo Thatcher. Qui la fiaba ha il suo completo ribaltamento. La massiccia opera di privatizzazione del bene pubblico operato della “Lady di Ferro “ rimuove pian piano le conquiste sociali di decenni. E’ l’artificio retorico forse meno riuscito della narrazione. Loach non può, o forse non vuole, raccontare che il primo ministro conservatore è solo l’incarnazione delle istanze di un capitalismo completamente diverso da quello di trent’anni prima, di un processo di globalizzazione capillare e ormai pervasivo. Le privatizzazioni verranno del resto portate avanti anche dai governi degli anni’90 a guida laburista.

Ma “The spirito of ‘45” rimane un eccellente antidoto alla passività di questi anni. La crisi del ’29, a prezzo di indicibili drammi, quali totalitarismi e una guerra mondiale, ci consegnò paradigmi e un mondo completamente diverso da quello che l’avevano preceduto. La bella favola di un primo ministro come Clement Atlee che annuncia in una Royal Albert Hall gremita, emozionato e con le mani tremanti, che “The times are A-Changin”, come cantò un menestrello dal Greenwich Village dieci anni dopo. Un modello sociale e un’umanità, che continua, nonostante sconfitte e disillusioni, a profumare di futuro.

Related articles