Fedele alla linea

Sera d’inverno. Rincaso dopo un pomeriggio speso fra svariati bar e troppe birre ingerite. Il freddo e l’oscurità si sono già mangiati le montagne e la strada. Dimenticate facebook, smartphone, lettori Mp3, internet, telefoni cellulari. Quando mi stendo sul letto intorpidito, e aspetto cena, sono completamente solo. L’alcool attutisce i consueti rumori domestici che si avvicendano sempre uguali: i rimbrotti dei miei, i telegiornali, il tran tran della lavatrice. Nella tasca ho una audiocassetta (sì, ci si scambiava ancora audiocassette) presa in prestito da non so chi. La inserisco nel mangianastri e rimango in attesa.  “La facoltà di non parlare, la possibilità di non sentire il buon senso, la logica, i fatti, le opinioni, le raccomandazioni…”. La voce del cantante sembra provenire dall’antro di una grotta. Ha una spessore e una profondità solenne, quasi religiosa. Sa restituirmi un’epica a me estranea: la Resistenza, gli orrori della guerra civile che ha appena distrutto i  Balcani, un medioevo dell’anima che si confonde e si sovrappone al presente.

Il mio rapporto con I CSI e i CCCP è cominciato lì. Se dovessi indicare un’ideale colonna sonora di quegli anni, i gruppi capitanati da Ferretti e soci, sarebbero sicuramente tra i primi della lista. Si mischiano ai discorsi alcolici e infiniti di noi liceali di provincia, alla lettura adolescenziale di Pasolini e Fenoglio, agli inverni gelidi, all’entusiasmo delle prime occupazioni scolastiche, agli scioperi, alla scoperta di istanze capaci di scardinare i confini del nostro privato.

Ho ritrovato parte di quel mondo in “Fedele alla Linea” di Germano Maccioni. Attraverso una narrazione ben orchestrata (anche se a tratti enfatica) il documentario, strutturato come una lunga intervista, ripercorre la discussa parabola di Giovanni Lindo Ferretti. Dall’infanzia in un collegio di suore alla scoperta della contestazione giovanile, dalla fondazione dei CCCP nella Berlino degli anni ’80 alla nascita dei CSI, fino alla ri-conversione al cattolicesimo e al ritiro a Cerreto Alpi nella vecchia casa di famiglia. Il tutto inframezzato da esibizioni live, dalle malinconiche cartoline dell’Emilia rossa degli anni ’70 e ’80, da spezzoni di vecchi film di Pudovkin (“La madre” e “Tempeste sull’Asia”) e dall’immancabile presenza degli amati cavalli. A colpire è  il tono assolutamente non predicatorio di Ferretti, capace di parlare serenamente di un passato funestato da malattie e inquietudini; elementi che ne hanno contrassegnato  tutta la parabola artistica e umana. Una fragilità e un’instabilità perennemente ostentata, che tende a sovrapporsi con quella di un’intera epoca (“E’ l’instabilità che ci fa saldi ormai/ Negli sradicamenti quotidiani”- Esco-  “Voglio rifugiarmi sotto il patto di Varsavia / Voglio un piano quinquennale la stabilità” – Live in Punkow-).

Perchè la poetica di Ferretti ci ha colpito? Cosa si nasconde in quelle sentenze lapidarie e fulminanti? Io credo che la risposta più elementare sia il rifiuto di una certa idea di modernità. I Csi sono stati i nostri “Scritti corsari” in versione pop. L’incapacità di uniformarci ai miti di un modello di sviluppo che, malgrado lasciasse trasparire già le sue crepe evidenti, appariva ancora ai nostri occhi di tardo adolescenti potenzialmente infinito e totalitario, capace di mutare e sradicare gli ultimi residui di un mondo e di una cultura già di per sé agonizzante. La loro musica ha rappresentato la negazione dei feticci e delle liturgie di una società ferocemente consumista.

Dal punk filosovietico, ideato alla vigilia della dissoluzione del muro di Berlino, alla Resistenza italiana, da una Mongolia pastorale e mistica all’epos di un appennino pre-industriale, i testi dei CSI (e prima dei CCCP) hanno saputo incarnare meglio di qualunque altro nella musica popolare degli anni ’80 e ’90, la nostra rabbia, il nostro rifiuto  di uniformarci a un modello che ci avrebbe completamente inglobato. Se c’è una “linea” nella creatività, certamente vanesia e talvolta isterica di Ferretti, è senz’altro questa. Una linea che piuttosto che trovare una smentita, come rimproverato da molti fans, sembra trovare paradossalmente la sue estrema incarnazione nella conversione a un cattolicesimo pastorale e astorico e nell’ anacoretismo montano, quasi una campana di vetro eretta contro tutte le scorie della modernità. A chiarire il concetto è lo stesso Giovanni:  «Prima erano poveri e liberi, adesso sono poveri e schiavi» dice riferendosi agli abitanti scomparsi dei paesi limitrofi, ormai emigrati in città.


Cosa rimane di queste istanze, quando la grigia tranquillità borghese (famiglia, casa, carriera, consumo) diventa un lusso riservato a pochi, se non pochissimi? Quando si sgomita non per un “posto garantito che non avrai”, ma anche per un misero contratto a progetto o con finta partita IVA? A me è tornata la nostalgia di un mondo ormai scomparso. Nell’ora  e mezzo di documentario sono tornato a  casa anche io. Nella stessa stanza di adolescente dove ho ascoltato per la prima volta quel nastro, e socchiudendo gli occhi, ho sentito un’irrequietezza che avrei imparato a riconoscere solo più tardi. La consapevolezza che, al di là della disillusione, nella vita c’è un gran vuoto tra le odiate parole “Produci, consuma, crepa”. Lo stesso che ci ha fatto sognare da adolescenti. Lo stesso che ci fa tremare da adulti. L’unico spazio possibile dove tornare a definire  chi siamo.

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