Non guardiamoci negli occhi

C’è una foto che lasciava presagire, come niente altro, quello che sarebbe stato lo sconquasso del 4 marzo, una foto che rimbalzava da parecchi giorni da una bacheca social all’altra dei mie contatti. Pier Ferdinando Casini, candidato PD a Bologna, si stagliava su uno sfondo composto da una serie di foto da pantheon della sinistra italiana: Gramsci, Di Vittorio, Matteotti e via dicendo. Cosa c’entrasse il buon Pier Ferdinando con quella storia lì non ci è dato saperlo, di certo la sua candidatura – e quel fotogramma –  è diventata un simbolo.

Casini - gramsci

Oggi il PD sembra avviato a fare la stessa fine di molti soggetti politici socialisti o socialdemocratici europei, leggi PASOK greco o Partito Socialista Francese, ex forze di governo condannate – per storie e vicende assai diverse- all’irrilevanza. Addossare tutta la colpa alla tracotanza -rilevante – di Matteo Renzi è però forse ingeneroso. Mi limito a constatare che, mentre si accusava il Movimento Cinque Stelle di incompetenza, quest’ultimo si presentava con un programma che in economia potremmo definire, per molte parti, keynesiano. Coloro che affermano che “non si poteva andare più a sinistra” ignorano che i cinque stelle hanno vinto per molti versi con argomentazioni di sinistra, enfatizzando il tema della tutela e dei diritti sociali delle categorie più svantaggiate. Non importa quanto  attuabili siano questi punti, hanno toccato un nervo scoperto; non è un caso che  parte dell’elettorato dem si sia spostato lì. Il PD promuoveva invece un’alleanza con la Bonino, partito che presentava, tra le altre, anche il blocco della spesa pubblica per 5 anni e un eventuale programma di privatizzazioni per sopperire al debito pubblico. Da un punto di vista economico il programma di +Europa è insomma collocabile, in Europa, probabilmente alla destra di Angela Merkel.

L’alleanza ricalca con chiarezza quello che il PD e molti partiti socialisti europei sono diventati: partiti molto attivi sul tema dei diritti civili, completamente uniformati alla destra sul tema dei diritti sociali. E’ la stessa mentalità che porta a varare il Jobs Act senza pensare minimamente alla riforma dei Centri per l’impiego e a un nuovo Welfare. Una sinistra che ha assorbito in tutto e per tutto il blairismo e tutti i dogmi neoliberali, proprio mentre quel modello è messo in discussione in tutto il mondo. Il 2007 è lontano, la crisi e il cambiamento sono stati epocali. Dopo il ’29 abbiamo avuto Keynes e il New Deal, oggi i dogmi rimangono gli stessi di 10 anni fa. Ma, se la base del partito laburista inglese è pronta a votare uno come Corbyn, nonostante i moniti degli intellettuali “liberal”, vuol dire che il vento è un po’ cambiato. Si può seguirlo,  interpretarlo con la propria sensibilità o ci si può opporre. La destra o “i populisti”, con risposte spesso grossolane, stanno inseguendo la prima opzione. I risultati della seconda sono sotto i nostri occhi. Credo che il rimanere convinti, anche quando le smentite sono evidenti, che solo la propria visione del mondo sia corretta è un antico vizio che non ha portato e non porterà bene.

Appartengo a una famiglia politica piuttosto ristretta, ma che negli ultimi giorni sembrava in piena espansione. A basarmi unicamente su sondaggi estrapolati dai miei contatti social, LEU e Potere al Popolo si sarebbero aggirati sul 40% e 30% con una minoranza cinquestelle e PD, che non ci avrebbe minimamente impensierito. Sapevo e sappiamo che non è così, sapevo e sappiamo che rimanere nella nostra bolla social,  di gente mediamente istruita e mediamente critica a contestare le imperfezioni di questo o quell’altro partito di sinistra è molto confortevole. Il mondo però è altrove: è quello che gli algoritmi di Facebook, Twitter e Instagram ci nascondono e bearsi della propria irrilevanza è delittuoso. Quando ho sentito parlare Grasso ho capito che la lotta per il quorum sarebbe stata difficile: se me ne sono accorto io, non capisco come non se ne siano accorti i quadri dirigenti. L’unica giustificazione che mi sono dato è uno scollamento della realtà ormai insanabile.

Vedere invece il quartier generale di PAP a Roma, esultare per l’1% dei consensi, mentre fuori nel Paese abbondando fascismi, populismi e destre l’ho trovato semplicemente grottesco. Lo dico da elettore e da sostenitore. In quell’atteggiamento ho visto la continuazione dei vizi 25 anni di “sinistra radicale” in Italia, primo fra tutti: il sentirsi parte di una comunità illuminata, migliore e differente dal resto dal paese. La reificazione della propria diversità come unico progetto politico e culturale. Lo dico con dolore e con preoccupazione: il decadentismo non si concilia con il progressismo, né tanto meno con la volontà di cambiare davvero le cose. Essere minoranze virtuose non serve a niente se non si punta a diventare egemoni culturalmente. L’atteggiamento post-elettorale di PAP ha solo ribadito ai più che guardavano la diretta di Mentana da casa, quello che implicitamente pensavano di quest’esperienza: quello di trovarsi di fronte a un gruppo di ragazzi dei centri sociali a cui piace il cazzeggio irresponsabile. No, non è il massimo per una forza che mira a far ripartire la sinistra dal basso.

Qualche giorno fa circolava in rete un’attenta analisi di Francesco Costa, vicedirettore del Post, intitolata “Guardiamoci negli occhi”. Riassumendo, il suo appello a tutte le persone di sinistra e progressiste era di riconoscersi e ammettere che, al netto di differenze e contrasti, il PD era l’unica alternativa votabile, specie per chi ha molto da perdere. La mia impressione è che sono anni che continuiamo a “Guardarci negli occhi” e siamo sempre noi e sempre meno, mentre il Paese va da un’altra parte. Che si voti Potere al Popolo, PD o LEU (c’è gente in gamba in ognuna di queste esperienze, comunque la posso o la possiamo pensare) continuiamo ad alimentare i nostri microcosmi spesso autoreferenziali, che fuori da questi schermi cominciano a contare sempre meno. Forse smettere di guardarsi negli occhi e cominciare a guardare in quelli degli altri potrebbe restituirci una prospettiva diversa. Perché “popolare” non è sempre “populista”. Magari molti scoprirebbero qualcosa che gli è sfuggito: cosa è voluto dire “Jobs Act” per molti, in assenza di  una riforma radicale del nostro Welfare o la solidificazione di un mercato del lavoro fatto di caste, in cui l’ascensione sociale è nulla e il risentimento è massimo.  Perché farsi verbo, cominciando a interessarsi, per quanto possibile, ai diritti di chi ci sta immediatamente vicino (colleghi, conoscenti, amici) è meglio che essere continuamente un sostantivo su un social network. Perché una sinistra che si limita ad amministrare l’esistente piuttosto che interpretarne e darne voce ai contrasti, è una sinistra condannata alla sconfitta e a essere sopravanzata.

 Se fosse un oroscopo di  Brezny, questo post si concluderebbe con un “compiti per tutti”: spegniamo di tanto in tanto questi accrocchi digitali, usciamo delle nostre bolle social, cominciamo a rimescolarci con il reale e con la gente. Sì anche “Laggente”, quella che non ci piace e che odiamo e ci fa ridere su Facebook. Perché se tutto ciò avviene una volta ogni 5 anni poi i risvegli sono amari e il mondo ci fa schifo. E sperare in un assolutismo illuminato non mi pare la più progressista delle prospettive. Ma questo non è un oroscopo e la mia non è un indicazione, è solo il modo per condividere uno sconcerto per un mondo, quello in cui sono cresciuto, che non esiste più.

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