Estensione del dominio della lotta

Nei primi anni di questo secolo arrivò sulle mie mani di ventenne un libro che mi colpì molto. Il romanzo, uscito in Francia nel 1994, raccontava l’abisso post-borghese di un trentenne programmatore francese con una vita sociale ridotta al minimo. Una vita passata fra un lavoro d’ufficio pedante, vicende sentimentali disastrose, colleghi alienati e una breve odissea professionale-esistenziale che poneva il protagonista in una solitudine straziante e senza rimedio.

Da molti definito “Lo Straniero” contemporaneo, “Estensione del dominio della lotta” di  Houellebecq faceva perno su molte tematiche centrali nel dibattito di quegli anni: l’isolamento da ogni forma di struttura o relazione sociale (per esempio dalla famiglia alle formazioni politiche o sindacali), l’edonismo totalizzante, una sessualità svuotata da ogni forma di affettività, il solipsismo e il disagio psichiatrico e via dicendo.  Dal grunge ai film di Gus Van Sant, sono temi comuni a molta cultura pop anni ’90. Quello che l’autore francese riesce però a disegnare, grazie alla parabola del protagonista, è l’ellissi di un’intera società che si allontanava da un’ impostazione di tipo socialdemocratico (o comunque da un’economia “mista”) per abbracciare più solidamente i principi e i dogmi del neoliberismo. Una condizione che si estendeva ben al di là dell’economia, ma che rivestiva culturalmente ed egemonicamente ogni aspetto dell’esistenza.

“In situazione economica perfettamente liberale, c’è chi accumula fortune considerevoli; altri marciscono nella disoccupazione e nella miseria. In situazione sessuale perfettamente liberale, c’è chi ha una vita erotica varia ed eccitante; altri sono ridotti alla masturbazione e alla solitudine. Il liberalismo economico è l’estensione del dominio della lotta” sottolinea il protagonista. L’accento, come avviene nella quasi totalità delle opere di Houellebecq, è modulato sull’insoddisfazione sessuale, ma l’interdizione al sesso è anche la  metafora di un contatto negato tra l’individuo e la collettività. Misantropia e solipsismo diventano così paradossali miraggi di salvezza.

Crollate le ideologie, le utopie, le grandi chiese, le classi sociali tradizionali, rimane solo una narrazione di tipo darwiniano sembra suggerire l’autore francese, in cui la lotta per la sopravvivenza e per l’affermazione sociale, riveste ogni ambito dell’esistenza. Tutto, dal sesso alla professionalità, deve essere immediatamente quantificabile e spartito tra pochi vincitori. Terminata formalmente la lotta tra classi, che per alcuni definiva la fine dello storicismo, per altri della storia con l’affermazione planetaria delle democrazie liberali, rimaneva quella serrata tra gli individui. Una nuova narrazione che non accettava obiezioni di nessun tipo, dato che tutte le altre avevano fallito.  Era la famosa “pace terrificante” evocata da un grande cantautore italiano nell’ultimo decennio del novecento.

Dai rave e dall’elettronica agli eroi tristi e perdenti del grunge, dalle esperienze importanti (ma mai di massa) dei centri sociali alle suggestioni new age: il dissenso di quegli anni rimane del resto confinato nell’autodistruzione, nell’evasione individualistica o negli esempi virtuosi di alcune minoranze, ma non riesce più a incidere sul reale. Anche il movimento no-global, dopo la tragedia di Genova 2001, tende a spegnersi, sommerso dalle “nuove emergenze planetarie” innescate dal crollo delle Twin Towers.

Ma i primi anni del millennio non sono solo quelli della “guerra infinita” e della lotta al terrorismo globale. Sono anche, nella narrazione dominante, gli anni di internet e della telematica, dell’entusiasmo acritico per l’innovazione tecnologica e il web (nonostante la bolla delle dot.com). Sono gli anni della fede in un mondo che, superati steccati, muri e vecchie ideologie, procede verso un domani dominato dalle opportunità. Certo, forse le opportunità non sono esattamente fruibili da tutti, ma come nella classica tradizione liberale, rimangono comunque papabili per i più meritevoli e capaci. Una narrazione che ha continuato a sostenere gran parte delle forze progressiste di quegli anni. “Il merito” entrava a far parte definitivamente nel lessico delle sinistre liberali. Pazienza se non tutti potranno diventare Steve Jobs, i garage della California dei primi anni ’80 diventano il modello di un nuovo mondo aperto alla forza dell’iniziativa personale.

Questa narrazione si arresta definitivamente dieci anni fa. La grande crisi finanziaria e la (conseguente) crisi dei debiti sovrani riporta la lotta al centro della ribalta. Uno shock che mina, stavolta in maniera decisiva, una storia di conquiste e certezze che credevamo, tutto sommato, parzialmente irreversibili. Il messaggio delle classi dirigenti post 2007 è chiaro: non si possono più avere diritti acquisti per sempre, non ci sono più risorse per questo. I nuovi statisti suggeriscono pazienza, anche se il mondo che si è abbandonato non tornerà più. Suggeriscono fede, anche se Dio, lo abbiamo appurato, non c’è più. La certezza è che la grande mano del mercato deregolamentato ha fallito rovinosamente, ma dobbiamo continuare a sacrificare buoi al nostro ultimo (e ormai unico) altare. Non saranno i nostri sacrifici sociali a risanare il nostro debito pubblico, è cosa evidente a tutti, ma i sacrifici vanno fatti, i debiti onorati.

È il mondo dei giovani (che non avranno mai una pensione o ne avranno una ridicola) contro i vecchi. Dei precari contro i “garantiti”. E’ il mondo delle mille forme contrattuali per isolare la classe lavoratrice e portarti ad odiare il tuo vicino. Dove il segretario del più grande partito di centro-sinistra italiano attacca frontalmente il più grande sindacato nazionale per avviare una riforma che flessibilizzerà ulteriormente il mercato del lavoro senza apportare in cambio nessuna innovazione sostanziale dal punto di vista del welfare, partorendo una riforma che ha, di fatto, contribuito ad acuire – questa volta irrimediabilmente – l’enorme discriminazione sociale che contrappone giovani (jobs act) e meno giovani (articolo 18). Dopo il 1929, a prezzo di regimi e di una guerra mondiale, il mondo cambiò radicalmente. Il mondo post-2007 rimane non mostra invece nessun significativo cambio di rotta, ma assomiglia a una quaresima infinita dopo una pasqua dei padri che, nella narrazione dominante, sembra durata anni e ha minato irrimediabilmente il presente il futuro.

L’ascesa delle nuove destre (e dei cosiddetti populisti), è purtroppo l’unica novità politica rilevante di questi anni. Ma non è una novità aliena da quanto ci ha preceduto. Salvini e soci capitalizzano la guerra del “tutti contro tutti” trasformandola in guerra degli ultimi contro i penultimi. L’idea che soggiace al “Prima gli italiani” è l’idea della lotta e della tempesta. Nella tempesta posso salvare me e i miei cari, non posso pensare a nessun altro.  Nella tempesta il mio prossimo non esiste. Il razzismo evocato è qualcosa di molto differente dalla mistica razzista di primo Novecento. La retorica usata è economicista, non antropologica. Non esistono razze superiori e inferiori, esiste un mondo di risorse limitate che mi obbliga a delle scelte e a voltarmi dall’altra parte quando vedo gente che muore in mare o nei bordi delle nostre strade, perché il prossimo, me lo hanno insegnato questi anni e questi sacrifici, potrei essere io. Una condizione che è figlia dell’inasprirsi delle condizioni materiali in questa parte di Occidente dove i figli stanno peggio dei padri e quelli che nascono staranno, molto probabilmente peggio dei genitori. Un mondo dove la spoliazione di diritti che si ritenevano inalienabili procede di pari passo con la ferocia verso l’acquisizione dei diritti degli “altri”, infiammata ed esacerbata dal carburante del benaltrismo. Non è un caso che questa narrazione trovi particolarmente credito nelle zone popolari e nei luoghi storicamente presidiati dalle sinistre, come ci insegna paradigmaticamente la vicenda degli operai di Monfalcone. 

La lotta per la sopravvivenza e per quella che, per i i cittadini degli anni ’90 sarebbe stata una mediocre esistenza borghese si fa più serrata. Gli unici anticorpi che immunizzano dalla sua morsa sono il censo o la cultura perché la politica reale, per la stragrande maggioranza dei cittadini, semplicemente non esiste più. Ritrovare questa strada significherebbe forse ritrovare la strada di una narrazione diversa che non sia solo l’accettazione paziente e cristiana della sofferenza. Significherebbe far capire dove è finita quella parte di ricchezza che è sfuggita in occidente nelle tasche della classe media e popolare, un’operazione che può essere condotta dalla sinistra, ma che forse è doverosa anche da tutte le forze che si definiscono (a vario titolo) liberali.

“La storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi” scriveva Marx  nel 1848. Le classi non sono più quelle di un secolo e mezzo fa e l’esito non può forse essere il socialismo reale. Ma l’insegnamento ancora attuale è che la sinistra non può sopravvivere senza una concezione dialettica della storia e delle forze sociali. Una lezione completamente rimossa mentre la polarizzazione sociale si fa più acuta e la destra si riappropria dei suoi aspetti più cupi.  Nella società fintamente interclassista, e realmente bloccata da una rigida gerarchia sociale, la lotta di classe la fanno i penultimi contro gli ultimi grazie alla scure della paura agitata dai nuovi pifferai. Un’operazione che dà, come nei periodi più bui della nostra storia, a monadi isolate la sensazione di essere parte di una comunità. Una comunità minacciata dalle impurità esterne che i nuovi governanti sono pronti a combattere. Un’idea che riesce a incollare individui isolati donandogli momentaneamente sollievo da un mondo dominato da forze arbitrarie e incontrollabili pronte a minare da un momento all’altro la loro esistenza, come la crisi ha largamente insegnato.

In un universo deprivato da spinte etiche e ideali, a prevalere è ancora la legge della lotta e della forza, la logica spietata della tempesta. Il suo esercizio, e la sue logiche conseguenze, vengono demandate a leader  post-ideologici che identificano l’arbitrio e la violenza con la ragione, l’unica ragione rimasta nel mondo reale.

Lo scenario evocato da Houellebecq nei primi anni ’90,  la “pace terrificante” raccontata da De André  arriva così a pieno compimento, senza bisogno di regimi, né di nessun golpe. Si insinua nell’ordine delle cose. L’ennesimo passaggio di un’equazione che, da 30 anni a questa parte, non abbiamo mai cominciato a smontare.

 

 

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