Senza parole

Il treno scorre senza sussulti. Dopo gli ultimi timidi accenni di vegetazione la terra è diventata arsa. Gli ulivi si stendono dove gli occhi non possono più seguirli. La ragazza guarda fuori dal finestrino e fa un cenno verso di lui. Il loro linguaggio è frenetico e silenzioso. La signora di fronte li fissa con aria annoiata, poi si volta e cerca la mia complicità. All’altro viaggiatore dello scomparto cade La Gazzetta dello Sport tra le gambe. Sta scivolando in un sonno leggero, tormentato. Il sole penetra dai finestrini; una goccia di sudore si fa strada lungo la mia schiena.  Guardo fuori e penso ai vecchi della mia infanzia, alle parole pronunciate di fronte a una chiesa aspettando sera.

(Foto di Paolo Margari/ Flickr)

Lui ha capelli ossigenati, cappello da giocatore da baseball, aria distratta. Lei lunghi capelli neri, un piercing sotto il mento e occhi castani e vivaci. Quando ridono ad alta voce la viaggiatrice  fa una smorfia di disapprovazione. Le loro parole sono un mistero per tutti.  Li seguo con la coda dell’occhio nella mia inquieta sonnolenza.  Lei mima uno schermo. All’interno di questo schermo il braccio di lui si apre ad imitare una sorta di bracciata. Lì fuori, tra gli ulivi è spuntato il mare. Lui ne scandisce la parola, guardando fisso la viaggiatrice. Le sillabe si estendono fino a divorare le consonanti, il tono è troppo alto. La signora fa un cenno affermativo e sorride infastidita. Sorride anche lui.

 

Scendono alla stazione successiva. Ad attenderli un binario deserto, l’ombra del bar che si stende sull’asfalto, il vento che si porta via vecchi fogli di giornale. Tornano gli ulivi.  I rami contorti sembrano esili e confuse preghiere verso il cielo. Se ne vanno con un alfabeto sconosciuto. Un alfabeto che ho parlato e poi scordato. Ci lasciano senza parole. L’estate si stende maestosa lì fuori, infiammando ogni cosa. Socchiudo gli occhi con la testa che sobbalza contro il finestrino. Sto scendendo a Sud.

 

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