Riportando tutto a casa

Quasi quindici giorni da Trieste a Belgrado, un viaggio che volevo fare da tempo. Poco per comprendere i Balcani, abbastanza per avere qualche intuizione. Giusto il tempo di ricordarmi quanto e perchè mi piaccia l’est di questo continente. Il tempo di vedere il mio mare bagnarsi con altro nome e con diversi colori su altre sponde. Il tempo di leggere qualche pagina di Ivo Andric: “E infine, tutto ciò che questa nosta vita esprime- pensieri, sforzi, sguardi, sorrisi, parole, sospiri – tutto tende verso l’altra sponda, come verso una meta, e solo con questa acquista il suo vero senso. Tutto ci porta a superare qualcosa, a oltrepassare: il disordine, la morte o l’assurdo. Poichè tutto è passaggio, è un ponte le cui estremità si perdono nell’infinito e al cui confronto tutti i ponti di questa terra sono solo giocattoli da bambini, pallidi simboli. Mentre la nostra speranza è sull’altra sponda”.

Il tempo di capire che la complessità è sia difficoltà che ricchezza, che ogni tentativo di generalizzazione o semplificazione può comportare implicitamente violenza. Il tempo di fare indigestione di burek, cevapčići, birre e treni scalcinati e meravigliosi. Il tempo di un incontro che non scorderò. Il tempo di apprendere bugie e mistificazioni raccontate su una guerra tanto vicina, quanto dimenticata. Il tempo di capire che ironia e umorismo possono essere doni preziosi che gli dei concedono di tanto in tanto all’agonia degli uomini. Il tempo di innamorarsi di una mattina di Sarajevo. Il tempo di fotografare un libro dimenticato in fondo alla Miljacka. Il tempo di seguirne il corso al termine della notte e capire che la comprensione è un presentimento e un piccolo miracolo. Un ponte raro, fragile, steso tra solitudini. L’unico spazio, dove parole, sguardi, gesti e silenzi hanno realmente un senso. Poi eccoti ancora. Poi sei di nuovo qui.

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