Quello che non

La politica italiana mi annoia. Qualche tempo fa mi faceva incazzare, ora prevale lo sbadiglio. La trovo sempre più somigliante alla mitologia che alla “politica” in senso stretto. Un universo mitologico pacchiano, intriso di geriatria e decolté. A volte questo universo viene attraversato da qualche scossa tellurica. Queste scosse sono le uniche essenze che ci porgono al di fuori dell’autoreferenzialità, che ci ricordano che questo serial per casalinghe frustrate e tossicodipendenti mediatici è immerso in un palinsesto ben più grande, che non solo la scavalca,ma che se ne frega anche delle sue dinamiche interne. La scossa di ieri sera si chiamava Marchionne. Il presidente della Fiat ha dichiarato candidamente a un talk show, che “nessuno dei profitti della fiat proviene dall’Italia” e che anzi l’azienda di Torino farebbe molti più incassi se la smettesse di investire in Italia. E’ indubbiamente un espressione infelice, o meno prosaicamente, una frase del cazzo. Equivale a dire a migliaia di dipendenti: voi siete assolutamente inutili, lo sapete? Apprezzo però questo: nel Paese del “dico e non dico” e delle pajate riparatrici, è uno dei pochi a parlare chiaro. E a ricordare una cosa fondamentale: che i contrasti capitale lavoro non sono terminati con il secolo scorso e che rimangono un settore critico dello scenario socio-economico.

Come parla Marchionne? Parla semplicemente come il presidente di una multinazionale e i direttori di multinazionali non si possono permettere troppe licenze poetiche. Sta giocando una partita che ha le sue regole, o si applicano queste regole,o la partita si perde. Ci vogliamo concentrare sulla regole o sul singolo giocatore? Giudicate dalle reazioni: “Parla come uno straniero” (Epifani), “Non diventiamo cinesi” (Bersani), “E’ indegno” (Di Pietro): nessuno a sinistra (insomma quell’area che dovrebbe assomigliargli, diciamo) ha il coraggio di arrivare al nocciolo del problema. Il più a sinistra di tutti è come al solito Fini, che si azzarda a ricordare gli incentivi statali ricevuti dalla FiAT in tutti questi anni. Troppa grazia.

Io credo ci siano due livelli di lettura. Il primo è puramente pragmatico. Non capisco nulla di politica economica e industriale, ma se siamo al sessantesimo (e passa) posto della classifica per la competitività industriale e i maggiori paesi europei figurano ai primi dieci posti, qualche problemino lo abbiamo. Non sono nelle condizioni di parlare di questo livello di lettura, perché primo non mi va di parlare di cose che non conosco, in seconda battuta perché è quello che mi interessa di meno.

Il secondo livello dovrebbe essere più sistemico. Penso che sia stupido additare al “cattivo” se non si analizza seriamente lo scenario. Qual è lo scenario? Quello di un’economia di rapina, di capitali spostati in un click, capaci di deprimere e rovinare vite e nazioni, di dinamiche che non differiscono poi molto da quelle delle grandi organizzazioni criminali. Di una delocalizzazione che obbliga le aziende ad abbassare salari e diritti per abbattere costi e aumentare la produttività. Banalmente lo scenario è quello di lavorare sempre più ore al giorno per produrre accessori spesso inutili, e ottenere un salario capace di acquistare la stessa paccottiglia che fa sì che il sistema che mi tiene legato davanti a una pressa meccanica svariate ore al giorno si autoriproduca. Di un welfare che non esiste più per larga parte degli abitanti di questo paese e dell’intero occidente. Non si tratta di vagheggiare di utopici ritorni all’età della pietra o di inesistenti “età perdute”. Si tratterebbe solo di ricominciare a ragionare.

Perché il mercato dell’auto è in crisi? Faccio un esempio. Mio padre a 30 anni aveva già comprato la sua prima auto (e se per questo aveva anche una casa e un figlio a carico). Quanti ragazzi a 30 anni possono permettersi di comprare un auto? Non fa nulla, investiamo nei mercati emergenti, mi si dirà. Siamo sicuri che, anche con un netto miglioramento della tecnologia in chiave ecologica, il pianeta possa sopportare il consumismo di due nuove miliardi di persone senza scoppiare? Eppure abbiamo cominciato noi, o no?
Qualcuno pensa alla globalizzazione come a uno stretto di comando, gestito da un pugno di staricchi e folli ammiragli. Sarebbe questo il “Nuovo ordine mondiale”. Probabilmente è così. Non lo so. Io sono qui a pensare che sarebbe bello pensare a una prospettiva diversa. A un tempo ritrovato, a una conflittualità rinnovata, alla fine di quell’utopia che qualcuno qualche tempo fa chiamava “mito dello sviluppo” o del “falso progresso”, a una nuova gerarchia di valori e di riferimenti , a una nuova idea di socialità, a ricominciare a creare “cultura”(in senso lato) al di fuori dei salotti, insomma, a un orizzonte che sia diverso dal muro dove ci stiamo per schiantare. Dov’è questo dibattito?

Ci penso un po’, ma basterebbero cinque minuti di televisione a farmi sentire un imbecille, o nel più fortunato dei casi un ingenuo radical chic. Mezzi senza più fini, fine della progettualità, la “ragion pratica” che prende la “ragion pura” per i capelli fino a farla rantolare dentro una vasca d’acqua; accendo la tv e hanno tutti una gran voglia di parlare. Mi connetto con qualche social network: idem. Quante di queste parole hanno veramente senso nella vostra giornata? Ho provato a seguirlo un po’ l’ “Affaire Marchionne”, ma prevedo solo altro brusio, fino al prossimo sbadiglio. Esco a fumare una sigaretta. ‘Notte.

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