Porosità

Novembre 2010. Due passi vicino casa, una serata come tante. Luci giallastre e foschia sfumano i marciapiedi. Le macchine ti passano sfrecciando a fianco, stringi la sciarpa per ripararti dal freddo pungente. In testa scelte su cui meditare, nelle gambe voglia di camminare. Un’anziana sulla settantina si appoggia a un albero. Attorno buste della spesa, mucchi di cianfrusaglie che si spargono sul selciato. Poche persone in giro, ragazzi pronti per il venerdì sera, uomini che dai bar si dirigono verso casa. Il tempo di uno sguardo distratto e poi passano oltre. Faccio così anche io. Pochi passi e torno indietro. Ha gli occhi di un azzurro impenetrabile questa donna. Guarda dritto nei miei, ma è come se il suo sguardo mi scavalcasse. Le chiedo se si sente bene. Mi risponde che la devo aiutare. Non ha un posto dove andare. Chiedo se vuole che chiami qualcuno; elenco di tutto: polizia, ambulanza, centri caritas, 118. Prendo il telefono, lei mi afferra per il braccio e mi blocca. Mi indica i casermoni di cemento, che si alternano in successione sopra di noi, le antenne che si inarcano in quella chiazza di umidità luminosa, che concordiamo essere il cielo. “Non c’era nulla qui. Prati. C’erano prati. Poi hanno costruito tutto questo. Sai chi è stato? No, non è stata la mafia, sono stati i russi con il gas, non è stato nemmeno Berlusconi, è stato Putin”. Insisto per sapere se si sente bene, posso chiamare un’ambulanza se vuole. Ha una pessima cera, abiti sgualciti e occhi che sanno entrarti dentro come una miccia pronta a esplodere. “Se chiami mi troveranno. No, non devi chiamare nessuno. I soldi non li voglio, voglio solo che mi ascolti”. Fumiamo insieme qualche sigaretta. La gente che passa ci guarda sospettosa, ma tira via decisa. Mi racconta di una bambina che correva sulle strade sterrate di quel quartiere e che si feriva spesso, prima che gli impedissero di farlo. Di come suo marito fosse stato portato via dai russi e nascosto non si sa bene dove. Di quanto era buono il pane di Roma 40 anni fa, prima che lo inquinassero come hanno fatto con l’aria, con l’acqua, con le strade. Parliamo ancora un po’, poi cerco di divincolarmi. Non sono certo di sapere come aiutarla, né che lo voglia. La lascio qualche sigaretta e chiedo ai proprietari del bar di fronte se è il caso di chiamare il 118. “E’ sempre lì, non si può chiamare il 118 per la pazzia” è tutto quello che riescono a dirmi.

Novembre 2011. Non abiti più lì, ma ti ritrovi a passeggiare sulle stesse strade. Frammenti di verità che si spezzano, altri che si fanno largo. Pensi a questa enorme porosità. Ti chiedi se la sensibilità non sia in fondo nient’altro che fragilità. L’assenza di anticorpi fra se stessi e il mondo. Uno spazio in cui l’universale si arrende irrimediabilmente al particolare, all’irriducibile. Non sei sicuro che questo “irriducibile” possa essere rivestito di significati convenzionali. Ed è paradossale come hai saputo leggerlo in quella serena disperazione. In quegli occhi che non potevano più essere aiutati, perché erano troppi i significanti e i significati che li separavano dai tuoi. Paradossale come in questa ferita aperta tra te e il mondo risiedano le tue più profonde possibilità di creazione e di sgretolamento. Alzi gli occhi sui palazzi che sembrano rincorrersi fino alle colline in lontananza. Riesci malapena a scorgerle. “Putin. Gran figlio di puttana Putin”. Ed è tutto quello che riesci a dirti ancora una volta, tra i notturni in ritardo e i cinesi che chiudono il bar .

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