Occhi

Una’isola tra due tra le più grandi consolari romane. Non c’è traccia della Roma da “Grande Bellezza”, né di quella verace da commedia all’italiana. Alberto Sordi non ha mai abitato qui, il suo fantasma non lo troverete nemmeno ora.  Bambini con gli occhi a mandorla si alternano a donne con il velo, studenti italiani a ragazzi rumeni.  A pochi passa da casa l’arabo fa da sottofondo al dialetto di vecchie signore che si apostrofano da balcone a balcone, mentre al cinese si sovrappone a un romano incerto. E’ sorprendente entrare in un piccolo ortofrutta e ascoltare come l’italiano si trasformi in una lingua franca, capace di arricchirsi di sfumature e neologismi necessari a far interagire il commerciante del Bangladesh e la madre di famiglia senegalese. Vi sfido anche ad attraversare una via qui vicino bendati (ok, si chiama Via della Marranella), annusare aromi e fragranze che provengono dai vari minimarket e piccoli ristoranti che affollano la strada, e poi raccontarmi quanti continenti avete attraversato.

E’  il mio quartiere, oggi.  Ci sono istanti in cui credo di essere molto fortunato ad abitare qui.

Mi sorprendo ancora, nella piscina vicino casa, ad osservare la ragazza cinese che non riesce a “fare il morto” perché ha paura dell’acqua, nonostante le rassicurazioni dell’istruttore. Viene da una parte molto interna e rurale della Cina, mi spiega, prima di arrivare qui non aveva visto nemmeno un lago.  E’ strano, ma mi ha ricordato indirettamente mia nonna quando mi raccontava che, appena dopo la guerra, mio nonno aveva affittato una carrozza e l’aveva portata a vedere, come “viaggio di nozze”, quello che lei non aveva mai visto.  Buffo sentirlo ora,  mia nonna non aveva mai visto il mare.

Non credo di riuscire più a immaginare i suoi occhi di allora, ora che il mare ce l’ha lì davanti casa, da anni. Mi piace pensare che fossero molto simili a quelli che intravedo tra una nuotata e l’altra al di là del vetro di quella piccola piscina.  Gli  occhi dei padri e delle madri che seguono per la prima volta i loro figli, indiani, cinesi o pakistani, prendere lezioni nell’altra corsia; imparare qualcosa e interagire in spazi che loro probabilmente non hanno mai conosciuto. Non mi è mai capitato di incontrare un’idea di futuro più concreta di questa.

A volte credo che al netto di disillusioni, cinismo, facile sarcasmo, crisi personali e collettive, quegli occhi siano un dono impossibile. L’unico che sarebbe ancora lecito aspettarsi.

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