Neve

Le valli del Trentino e le Alpi piemontesi . Posti  da favola,  ideali per ammirare natura incontaminata o semplicemente annoiarsi. Oasi che sembrano lontane migliaia di chilometri dalla contemporaneità e dalle sue stridenti contraddizioni. Invece.  Invece qui sono ambientate due tra le più belle parabole sull’integrazione che il nostro cinema abbia prodotto in questi anni.


Dani, Il protagonista de “La prima neve”, secondo lungometraggio di pura fiction di Andrea Segre,  è un immigrato che proviene dal Togo. E’ arrivato in Italia con un barcone, dopo essere scappato da una guerra.  Ha una figlia, non ha una moglie. L’ha perduta in una delle tante tragedie del mare a cui ci ha tristemente abituato il nostro presente.  Non ha bisogno di sentirsi “diverso” in un mondo che non conosce per sentirsi fuori posto. L’esilio ce l’ha dentro; è un muro eretto tra sé stesso e gli altri. Dani non riesce nemmeno più a guardare la figlia  senza ricordare gli occhi e il viso della moglie. Gli fa eco un bambino del posto, il piccolo Michele. Anche lui ha un dolore insanabile che lo separa dagli altri:  la morte del padre, un’alpinista rimasto sepolto da una frana. I due si annusano, si riconoscono e pian piano riescono a stabilire un contatto che è (un possibile) preludio al ritorno nel mondo. È un’alleanza basata sul dolore, l’unica forza capace di minare il loro senso di appartenenza, restituendoli disarmati, alla loro solitudine.  Nel bosco che si trovano a camminare ci sono due essere umani circondati dai pericoli, dalla bellezza e dalla consapevolezza di un cammino che si può percorrere insieme, ma soli. Del resto, come dice il nonno di Michele, riferendosi al legno e al miele:  “Le cose che hanno lo stesso odore debbono stare insieme”. Il mondo che Segre sceglie di descrivere è volutamente minuto. I rapporti e le dinamiche che si innescano sono ridotti all’essenziale.

Un universo che ricorda specularmente quello de “Il vento fa il suo giro” pellicola del 2005 di Giorgio Diritti, passata quasi inosservata nelle nostre sale. Gli immigrati che il regista bolognese sceglie di raccontare non vengono dal sud del mondo, ma addirittura dal nord, dalla “ricca” Francia. A differenza di quella di Dani, la loro non è una scelta dettata dal bisogno, ma puramente esistenziale. Il protagonista, un ex professore di francese, ha scelto di dedicarsi alla pastorizia per ritrovare un altro rapporto con sé stesso e con il mondo circostante. Decide di spostarsi con la famiglia sulle alpi piemontesi, in un paesino abitato prevalentemente da anziani. E se il paesino accoglie inizialmente i nuovi arrivati, che sembrano portare un’ondata di rigenerazione nella sonnolenta comunità, presto le cose cambiano. L’individualismo del protagonista cozza quasi immediatamente con le tradizioni e i riti locali, e la famiglia comincia a essere vittima di boicottaggi da parte degli altri abitanti. Sono esseri liberi, troppo dinamici per non spaventare chi da troppo tempo è prigioniero della sua stessa immobilità.  La presenza  della sensualità e della vitalità dei nuovi arrivati obbliga tutti a rimettere in discussione consuetudini che si credevano inviolabili. La “diversità” porta indirettamente a confrontarsi  le proprie certezze, la propria avidità,  le proprie prigioni,  i propri tabù. E’ una folata di vento che fa il suo giro fino a smascherare riti stanchi e violenze invisibili spacciate  per buonsenso. Un rischio che solo il matto del villaggio può decidere consapevolmente di correre. Gli stranieri vengono così allontanati, la stasi preservata da ogni agente infettivo esterno.

Micromondi, piccole comunità per raccontare verità universali, valide dalle metropoli alle campagne, si diceva. Maggioranze che si credono onnipotenti,  cementificate dall’ignoranza e dalla paura verso tutto ciò che è esterno. L’esperienza del dolore e dell’amore, che ci spoglia dalle prigioni dell’appartenenza e delle logiche tribali, lasciandoci soli di fronte ad altre solitudini. L’ineluttabilità che il cambiamento passi anche attraverso la paralisi sociale ed esistenziale.

 

“La neve cadeva su ogni punto dell’oscura pianura centrale, sulle colline senza alberi, cadeva lenta sulla palude di Allen e, più a ovest, sulle onde scure e tumultuose dello Shannon. (…) La sua anima svanì lentamente nel sonno, mentre ascoltava la neve cadere lieve su tutto l’universo, come la discesa della loro ultima fine, su tutti i vivi e su tutti i morti.”  Scrive Joyce  ne “I morti”. La neve come epifania, estrema metafora della morte interiore, della paralisi che affligge tutti i protagonisti di  quel capolavoro che è “Gente di Dublino”. La neve come trasfigurazione e purificazione: quando la vedi cadere sai che il mondo domani non sarà più lo stesso.

La stessa sensazione che devono avvertire Michele e Dani, dall’alto delle loro montagne, dopo la nevicata che ha sommerso boschi e villaggi. Due età diverse, due etnie diverse, due dolori diversi che sanno cosa vuol dire sentirsi stranieri. Due solitudini alla ricerca di un mondo nuovo.

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