L’ Odio

“Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio”: è tra le prime battute di un film fulminante. Era il 1995 e Mathieu Kassovitz narrava la quotidianità delle Banlieues francesi, un mondo senza più nessuna speranza, dove i tre protagonisti (un giovane ebreo, un nero e un magrebino) si aggiravano per vendicare un amico in fin di vita dopo un violento pestaggio della polizia. Una pellicola che, fa quasi sorridere a distanza di venti anni, provocò non poche polemiche. Qui la periferia non ha più nulla di romantico, la rabbia non si coagula più in modelli di società e di vita alternativi, si lega unicamente a rancori personali o collettivi. Il mondo lì fuori farebbe volentieri a meno dei protagonisti, loro si sentono invece ai margini di un impero che li seduce, ma di cui non faranno mai parte. La periferia è un luogo da cui non si esce più, economicamente e culturalmente. E’ un luogo dove arrivano gli echi di un mondo che non si potrà mai afferrare, che produce nevrosi e frustrazioni insostenibili. E’ lo spazio della frammentazione e dallo scollamento; qui le istituzioni, lo stato, la rappresentanza politica hanno la stessa consistenza dei fantasmi. Questi gli ingredienti di una parabola autodistruttiva che diventerà un vero e proprio cult degli anni ’90.

ODIO

Un cantautore coraggioso come Fabrizio De André parlò una volta degli artisti come “anticorpi” che la società si crea contro il potere. Esattamente dieci anni dopo, la profezia ipotizzata dai tre protagonisti si avvererà in larga scala. Nel 2005 una violenta rivolta infiammò letteralmente tutte le periferie francesi, estendendosi da Parigi a tutto il Paese. Anche in questo caso la scintilla furono le morti di due adolescenti che si nascondevano dalla polizia, la cause reali erano però forse altre. Eric Macé, sociologo francese, notava in un’intervista a Le Monde come le insurrezioni avessero mostrato “Il razzismo e il neocolonialismo della marginalizzazione urbana e l’esistenza di un razzismo istituzionale”, ribadendo come gli ingredienti fondamentali della rivolta fossero da ricercare: “Nella povertà diffusa, in un tasso di disoccupazione tra i più alti d’Europa, in una stigmatizzazione dei giovani delle periferie che li fa apparire come stranieri all’interno delle stessa società francese che li identifica come minaccia piuttosto che come risorsa”. Molti altri dimostrarono le discriminazioni, ad esempio in ambito lavorativo, che molti francesi di seconda e terza generazione si trovavano quotidianamente a fronteggiare.

Cos’è cambiato in questi venti anni? Ce lo dicono i dati. Oggi 7 persone su 10 vivono in paesi in cui il divario tra indigenza e benessere è maggiore di quanto non fosse 30 anni fa. Solo in Italia dal 2008 a oggi, i cittadini che versano in povertà assoluta sono quasi raddoppiati fino ad arrivare a oltre 6 milioni e costituire oggi quasi il 10% dell’intera popolazione. La Grande Crisi ha minato le basi del welfare, dell’occupazione, della coesione sociale, e contribuito a una alla più grande polarizzazione di ricchezza mai registrata dal dopoguerra a oggi. Per capire cosa questo abbia comportato nelle periferie delle nostre città, basta solo appostarsi vicino a un cassonetto della spazzatura e aspettare.  Senza timore di produrre demagogia: quanto può essere sicuro un mondo dove l’1% della popolazione detiene una ricchezza superiore al restante 99%?

Mi piace pensare ai protagonisti del film di Kassovitz nelle periferie di oggi. Mi chiedo come avrebbero combattuto il deserto di questi anni, da quali miti sarebbero stati sedotti, quali demoni avrebbero inseguito, nelle città europee funestate dall’incubo del terrorismo e della demagogia. Non per cercare una spiegazione onnicomprensiva all’orrore di questi giorni e di questi anni. Nessuno è in grado di darne. Ma per cominciare a riannodare i fili della razionalità. L’anno 1000 è terminato mille anni fa e il sonno della ragione genera mostri, anche oggi, anche da noi. L’odiosa retorica di muri e guerre sante ne sono solo l’ultimo esempio.

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