Lezioni invisibili


Fotografia di Geoff Charles /Flickr

Sette della sera di novembre. Bus  stracarico.  Mi faccio strada tra gente infastidita, mormorosa. Una fermata  e salgono. Zingari o probabilmente rumeni molto poveri. Lui ha un cappello sgualcito, stile militare. Mi fa sorridere che ci sia cucito sopra il nome di Pino Daniele. Lei ha addosso un capppotto che sembra una coperta. La vecchia uno scialle nero che stringe su una pelle rugosa e brunastra. Mi ricorda vagamente mia nonna. Tra i tre, un bambino di pochi mesi avvolto in una coperta molto più grande di lui.  A ogni scossone del bus piomba in un pianto sommesso e cantilenante. Se lo passano di mano in mano tra le buste piene di stracci. Un vecchio seduto accanto a me mormora sommesso “Che gentaglia!” premendo sul bastone che lo sostiene da terra. Gli sguardi di tutti virano verso il pianto del bambino. Una donna al mio fianco sbuffa.  L’uomo prende il piccolo in braccio, lo bacia, prova a sorridergli.  Lo culla per un po’ e il bambino si calma. Scendono due fermate dopo, aizzando le polemiche di due signore. Se ne vanno via con i loro stracci, le loro buste vuote e gli sguardi assurdamente sereni. Si allontanano dove la strada degrada in boscaglia, dove i lampioni non arrivano, dove il freddo è senza rimedio. Ci lasciano qui sopra con gli occhi e i denti stretti, nell’attesa dell’ultimo mezzo che ci catapulterà finalmente a casa. Lontani dalla sete irriducibile. Dalla vita che si ostina a chiamare altra vita, anche in mezzo all’inferno.

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