In Darkness: la non banalità del bene

Leopoli, seconda guerra mondiale. Il mondo si divide in due piani. Quello luminoso e atroce della supeficie, sconvolto dalla violenza, e quello del sottosuolo, abitato da un’umanità spaventata, brulicante e passionale.  “In Darkness”, film candidato all’oscar della regista polacca Agnieszka Holland,  mette in scena la vera storia degli ebrei della città ucraina, costretti, durante l’invasione tedesca del 1941, a rifugiarsi nelle fogne della città per sfuggire alle persecuzioni naziste. Uomini e donne, vecchi e bambini, mogli e amanti, intellettuali e criminali, tutti insieme in un sottosuolo nauseante per sfuggire al più grande progetto di sterminio di massa della storia del ‘900.

Leopold Socha, è un uomo comune. Una moglie, una figlia, qualche furto, la passione per l’alcool e per le sbronze, un lavoro da ispettore fognario e una certa indifferenza al mondo intorno. Al primo fortuito incontro con un gruppo di fuggiaschi nelle fogne della città,  trova immediatamente il modo di ricattarli. Aiuta gli ebrei a nascondersi, porta loro del cibo, e non dice nulla a nessuno in cambio dei loro soldi. Ma, all’acutizzarsi delle violenze, cui si trova ad assistere, e alla vista della quotidianità disperata dei protagonisti, il suo atteggiamento cambia. Deciderà di aiutarli gratuitamente, anche a costo di mettere a repentaglio la sua esistenza e quella dei suoi famigliari.


Tratto dal romanzo di di Robert Marshal  “In the Sewers of Lvov” (1990), la pellicola non si esaurisce unicamente in una riflessione sull’olocausto. L’umanità descritta dalla Hollande, non lascia nessuno spazio ai buoni sentimenti. Nel film non c’è nessuna tentazione di separazione tra un “sopra” caratterizzato da malvagità e un sotto caratterizzato da “innocenza”. Tra i rifugiati del sottosuolo si nasconde ogni tipologia di essere umano, compresi adulteri, ladri, traditori. Nel fetore dei liquami, nell’oscurità, tra ratti e umidità, la regista si sofferma sulla condizione umana, indagata dalla lente privilegiata di una situazione limite.

“ll sopravvivere senza aver rinunciato a nulla del proprio mondo morale, a meno di potenti e diretti interventi della fortuna, non è stato concesso che a pochissimi individui superiori, della stoffa dei martiri e dei santi” scrive Primo Levi, in “Se questo è un uomo”. Nel film della Hollande, non esistono né martiri, né santi, e anche se i fuggiaschi non vivono in un lager, la condizione di deprivazione, a cui i  sono sottoposti  è molto simile. L’oscurità che caratterizza tutto il film, è una efficace trasposizione del buio morale nel quale i protagonisti si muovono e agiscono. L’inferno è qui in terra, e le preghiere, che si sovrappongono tra sottosuolo e superficie, non sono che l’estremo tentativo di esorcizzare un male informe che mira a stravolgere ed impossessarsi primariamente della nostra umanità.

In questo contesto la lanterna di Leopold è l’unica luce che rischiara i personaggi, restituendoci così narrazione, testimonianze, personalità. Nel buio che avvolge ogni cosa, l’ispettore fognario, sceglie di rifuggire a quella che Hannah Arendt definì “ la balità del male”. Rifiuta di piegarsi al quieto vivere, all’esecuzione degli ordini, al suo personale tornaconto. Non è un processo lineare, ma tormentato. Una scelta che espone Leopold al rischio personale, alle liti con la famiglia, ai sensi di colpa. Ma, pian piano, diventa l’unica dimensione in cui l’uomo sente di poter essere sè stesso.  Nell’atmosfera da fiaba nera che caratterizza il film, Leopold Socha, nominato “Giusto tra le nazioni” nel 1978 dallo stato israeliano, assume le dimensioni di un umile Pollicino. I suoi atti ci aiutano a riconoscere la forma di violenza più insidiosa ; quella che si sovrappone alla quotidianità, diventando, per quanto atroce che sia, invisibile. La parabola umana dell’ispettore fognario di Leopoli diventa così un antidoto dalla seduzione dell’oscurità,  che si annida nel nostro non voler guardare. Una tentazione dalla quale nessuno può ritenersi immune.

 

 

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