Farfalle

Può il cinema italiano tornare a raccontare una parte consistente del Paese? Addentrarsi in quegli immensi interstizi del reale  intasati dagli infiniti dibattiti sulla crisi e sulla scomparsa della classe media? Se la vostra risposta è negativa, vi consiglio di recarvi a vedere “Bellas Mariposas”. Ambientato interamente nella periferia di Cagliari, e tratto dall’omonimo romanzo di Sergio Aztei, il quarto lungometraggio, girato e prodotto da Salvatore Mereu è una piacevole sorpresa in un cinema nostrano affollato di trentenni  in crisi sentimentale e professionale e degrado piccolo o alto-borghese.

Strutturato come una lunga intervista alla giovane protagonista, la giovane Caterina, detta Cate, la pellicola è una sorta di discesa agli inferi, verso quell’invisibile fuoricampo che si nasconde dietro le statistiche dei giornali e dei tg di stato. Dal padre debosciato alla sorella prostituta, dal fratello bullo di quartiere all’altro eroinomane, dal fidanzatino nerd alla giovane ragazzina che si concede per pochi spicci, lo sguardo di Cate è una sorta di buco della serratura aperto su un universo di antieroi. Un’umanità brulicante, esasperata, sempre sul punto di esplodere e dissolvere così gli ultimi frammenti di etica che permettono alle interazioni sociali di andare avanti.

Dimenticate il lirismo del sottoproletariato alla Pasolini, il  “povero ma buono” e tutte le altre sovrastrutture retoriche: qui la povertà è senza rimedio, e non è solo una condizione materiale. La “mutazione antropologica” è ormai completata. Il paesaggio umano illustratoci con candore, ma senza risparmiarci nulla, dalla piccola protagonista, è un deserto morale e culturale, dal quale è difficilissimo evadere. I personaggi, sono guidati  unicamente dalle loro pulsioni. Conducono una vita composta di espedienti che si dispiega su un presente ipertrofico e un futuro inesistente. L’unica forma di acculturazione è data dai simulacri di una società dello spettacolo, lontana anni luce da quelle case. Lo scenario diventa così l’archetipo di ogni periferia degradata del mondo. I protagonisti sono stati attirati dalla grande macchina produttiva e poi relegati ai margini delle città e della “civiltà”. E se la decadenza sembra avvolgere ogni cosa, il pregio di Mereu è quello di non filmare la vicenda in terza persona, da narratore borghese e onnisciente, né di indugiare sulle ripercussioni psicologiche del contesto sulla piccola protagonista e sui personaggi principali. L’espediente retorico dell’intervista alla piccola Cate, fa sì che i suoi occhi (e non i nostri) diventino la porta aperta su un mondo, che per lei è pura quotidianità.

Tra scalinate labirintiche, palazzi fatiscenti, tunnel pieni di tossici, una vita di strada dove vige unicamente la “legge del più forte”,  Cate e la sua amica Luna sanno restiturci il senso di un “altrove”. Nessuna distanza di sicurezza, nessuno spazio per facili psicologie, né ipocrisie;  come due vere e proprie  farfalle capaci di volare con grazia su un mondo di macerie,  lo  sguardo delle due piccole protagoniste ci permette di scorgere una luce che si confonde con quella accecante della loro terra, che coincide con la loro vitalità.

In un paese  asfittico (non solo economicamente) come il nostro , il film di Mereu è una boccata d’aria fresca, una piacevole sorpresa.  Esistono  altre  narrazioni, altri personaggi, altri scenari, altre prospettive dalle quali tornare a raccontare anche le nostre vite.  Chissà che prima o poi non se ne accorgano anche i produttori.

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