E allora i marò?

Litigare è sgradevole. Farlo online è ormai un rito collettivo. Alzando il livello di improperi si costruiscono sui social reti di ammiratori, contatti e (ahimè) perfino fortune politiche. È una dinamica a cui assisto ogni giorno come semplice spettatore, o meglio, come persona che lavora con questi mezzi di comunicazione. Altre volte, quando avevo ancora una pazienza, mi è capitato di restare impigliato in una di quelle innumerevoli conversazioni che non portano a nulla. Sarà successo anche a voi, è successo a tutti. Vegani che gioiscono delle vittime del terremoto in Tibet- visto come castigo divino per carnivori impenitenti- femministe fautrici della donna “angelo del focolare”, complottisti in perenne disaccordo con il principio di non contraddizione, rivoluzionari che aspirano alla conservazione, conservatori che aspirano alla rivoluzione: sono solo alcuni dei più grotteschi personaggi con il quale mi è capitato di litigare on-line. Il più delle volte è stato inutile proseguire la conversazione a lungo. Un po’ perché tengo al mio equilibrio mentale, un po’ perché quello che, nella stragrande maggioranza dei casi mancava, era la capacità di argomentare, unita ad una tendenza che è tipica della comunicazione su Facebook, ribattezzata “Benaltrismo”.

Cosa vuol dire “Benaltrismo”? Vuol dire spostare sempre il fuoco del dibattito, per differenziarsi nella discussione ed eludere l’argomentazione. Mi appello perché due nostre cooperanti rapite vengano liberate e tu mi ricordi “I nostri due poveri Marò”, ho un moto di compassione per i morti di un terremoto e tu mi ricordi che i morti, secondo il tuo punto di vista, erano degli “omicidi carnivori”, difendo i cani abbandonati e tu mi suggerisci che molti gatti diventano randagi perché abbandonati a loro volta dai padroni: potremmo andare avanti all’infinito. Qualcuno ha dedicato al fenomeno una divertente pagina Facebook, a me, che sono più pedante, sono venute in mente due cose.

La prima è che il “Benaltrismo” è uno dei tanti frutti avvelenati del berlusconismo. Vent’anni non si cancellano in un baleno e l’eredità più pesante di quella stagione non è politica, ma culturale. Ne avevo parlato qualche anno fa, scrivendo qualche riga sul bel libro di un amico. C’è uno dei tanti geniali sketch di Corrado Guzzanti che coglie in pieno il sentimento di quegli anni. Un uomo investe un altro uomo con la macchina sulle strisce pedonali. Una volta sceso dall’auto, l’investitore attacca la vittima che chiede legittimamente i danni, con argomenti fallaci ed esilaranti: “Allora rivuoi il comunismo?”.

Ecco il berlusconismo è stato anche questo. Le chiavi della comunicazione berlusconiana sono state la delegittimazione dell’avversario – io ti parlo di tasse? E io ti dico che sei un comunista – lo spostamento continuo del fuoco del discorso, la sollecitazione costante dell’emotività dello spettatore. Ma il fulcro delle retorica berlusconiana è stato sicuramente la distruzione dell’argomentazione tramite battute, boutade, attacchi personali e disprezzo dell’articolazione logica. Chi, come me, è cresciuto durante quegli anni, ha assistito, e preso parte, a migliaia di conversazioni di questo tipo. Le stesse che vedo rimbalzare spesso da un profilo Facebook all’altro.

In seconda battuta, mi è tornato in mente Antonio Gramsci. No, nessun pippone, promesso. O almeno, ci provo. Oltre a elaborare originali pensieri sul Capodanno, condivisi sulle bacheche di mezza Italia, l’intellettuale sardo viene ricordato in tutto il mondo, anche e sopratutto per il concetto di “egemonia culturale”. Semplificando estremamente potremmo riassumere il concetto così: Gramsci aveva capito che il dominio delle classi dominanti non era confinato ai rapporti di produzione, ma era anche, e sempre più, culturale. La diffusione di una mentalità alternativa a quella propagandata da queste classi avrebbe formato, per il pensiero gramsciano, un processo rivoluzionario capace di agire sulla struttura stessa della società. Gli intellettuali, e in questa concezione tutti potrebbero essere considerati intellettuali, sarebbero stati quelli che avrebbero smascherato la “falsa coscienza” instillata alle masse dalle classi dirigenti, smontandone e mettendo in discussione i valori di riferimento. La rivoluzione sarebbe stata quindi anche una “guerra valoriale”. Pensate ai possibili effetti del ribaltamento di valori quali: la logica della solidarietà contrapposta a quella della competizione, il concetto di dono contrapposto a quello di scambio, il concetto di internazionalismo contrapposto a quello di nazionalismo, quello di frugalità contrapposto al consumismo.

Ecco, a 80 anni di distanza, come notato già da qualcun altro molto meglio di me, il concetto di “egemonia culturale” pare essersi realizzato e acutizzato, ma nel segno opposto, ovvero in chiave ferocemente economicistica. Una dinamica dal quale nemmeno la nostra vita online è esente. Anche sui social network i valori in gioco sono visibilità, competizione, differenziazione. Commenti e post diventano merce ripagata con like e apprezzamenti. Alzare la tensione e le corde emotive di un dibattito è un trucco abile per farsi notare, che paga molto più di una corretta argomentazione o dello sforzo di instaurare un corretto dialogo con gli altri. E non passare inosservati è davvero un obbligo. In questo processo l’odio verso classi, categorie sociali, religiose ed etniche funge da carburante e collante sociale spesso involontario. Un fuoco nel quale sfogare rabbia e frustrazioni personali e collettive. Un fuoco sul quale demagoghi e fascisti continueranno a lungo a soffiare.

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