Due o tre cose che so di lei

C’è una linea sottile che attraversa ogni giovinezza. Un punto dove capiamo di esserci allontanati per sempre dal bagnasciuga, tra la costa ormai lontana e le correnti che vorrebbero spingerci a largo. C’è una sera di lampioni sparsi, quando tornando a casa, ci sembra di non poter sopravvivere, senza aver delineato meglio il contorno e l’ombra delle cose. Non c’è giovinezza senza la scoperta, anche inconscia, di una basilare verità: il mondo è superiore alla nostra capacità di racchiuderlo. E’l’inconsapevolezza a suggerircelo, quella di noi stessi innanzitutto. C’è un istante nella nostra vita, quando i confini tra noi e il mondo sono labili. Sono “Le quiete stanze e le vie intorno” a chiamarci. La virtù di questo richiamo è la bellezza, il prezzo la vulnerabilità. Ci si ritrova attorniati dalle sirene come Ulisse. Ognuna ci racconta, una favola diversa su noi stessi, ognuna l’arcangelo di una diversa possibilità. C’è qualcosa di estremamente vitale e autodistruttivo in questo. In una delle sue poesie più belle, Dylan Thomas l’ha sintetizzato in questi versi: “La forza che attraverso il calamo sospinge il fiore/ E’ quella che sospinge la mia verde età/ Quella che spacca le radici degli alberi/ E’ la mia distruttrice”.

Io questa forza l’ho ritrovata negli scatti di Francesca Woodman, in una piccola mostra vista recentemente a Roma. E’ un universo enigmatico quello di Francesca, perché enigmatica è la ricerca adolescenziale e giovanile di un volto da mostrare al mondo e soprattutto a sè stessi. Nei suoi scatti è spesso presente il suo corpo, raramente il suo viso. Un corpo sensuale, simbolico, pronto a farsi significante e metafora di una “realtà altra”, ma quasi mai riconoscibile. La realtà sognata dalla Woodman è del tutto priva di denotazione. Sono strati di luce pronti a stratificarsi, a farsi rivelazione, epifania di traiettorie interiori e possibilità. Scatti che mostrano una fiducia sincera nei confronti dell’immagine, proprio nel periodo in cui il loro processo di significazione entra definitivamente in crisi. Ogni fotografia è un tentativo, per dirla con le parole di Montale, di rintracciare “Il punto morto del mondo, l’anello che non tiene, il filo da disbrogliare che finalmente ci metta nel mezzo di una verità”. C’è qualcosa di terribilmente giovane e grandioso in questo. Una vulnerabilità che diventa apertura, e che abbatte ogni filtro tra l’artista e il mondo. Uno iato sottile tra consapevolezza e inconsapevolezza, interiorità e esteriorità.
Da questo iato proviene la luce che dà forma al suo universo, da qui, la sua inquieta grandezza.

Qui trovate un mio articolo sulla mostra. Qui la fotogalleria.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked. *

Related articles