Cronaca dell’alluvione #2

In principio fu la fine. Ne intuivamo distratti il senso nei pomeriggi d’inverno, quando il fumo delle nostre sigarette si spandeva ancora denso e noi rincorrevamo i giorni alla ricerca di qualcosa che ci somigliasse. Quando incominciammo a innamorarci delle vite degli altri era già tardi. I nostri eroi finivano. Finivano le storie, le idee, i baci, la rabbia, i lavori, i soldi, le camicie a quadri. Finiva sempre tutto in fretta. Finiva tutto, sempre. C’era del fascino in questa lunga caduta. Come se il mondo sgretolandosi liberasse le sue fragranze più oscure e soavi. Come se non ci fosse luce più abbagliante dell’ultimo lampione acceso nel mattino, né pace più dolce e dolorosa di quella che precede il temporale. Qualcuno si innamorò di questa lunga caduta, altri ne vennero inghiottiti. Alla maggior parte di noi toccò continuare a camminare. Con le stesse scarpe di sempre, tra le strade affollate di sempre. Passi esigui che non lasciavano alcuna traccia; i piedi, le mani, condannati alla sabbia.

La fascinazione della fine, era questo il secondo segno tangibile dell’alluvione. L’inganno che rimbalzava di schermo in schermo, di link in link, di sguardo in sguardo, fino a tradursi in bellezza, catarsi, verità. Fiorirono apocalissi, proliferarono palingenesi che scordavamo il giorno dopo. Ricordavamo invece di una porta socchiusa. Un piccolo spiraglio da dove filtrava quel mattino perfetto che ci chiamava a sé. Il sole che sbiadiva la fine della via, la canzone dell’estate che ci raccontava di domani : il mattino che non avremmo mai afferrato.

La chiamavamo “fine” è forse era solo un regno infranto. L’accecante abbaglio di sentirsi dispersi. Di camminare su specchi in frantumi sui quali indovinare i nostri lineamenti. La necessità di mostrarsi ad un miliardo di occhi e sentirsi soli. La possibilità di smarrirsi in miliardi di voci fino a dimenticare la nostra. Protendersi verso uno spiraglio e trovare solo buio. Avere tutto così chiaro da pregare e credere solo ad immagini. La chiamavamo “Fine”, ma forse era solo l’allergia sottile che ci esiliava dall’ombra delle cose. Da quell’ombra, qualcuno, da qualche parte, si sforzava di tracciare un nuovo inizio.

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