Comunicazione a Cinque Stelle

Due giorni alle elezioni più fredde e grevi della storia della Repubblica. Butto giù due righe sulle motivazioni di un successo annunciato, quello di Beppe Grillo e del Movimento Cinque Stelle. Avendo il vizio di non parlare di ciò che non conosco, ed essendomi colpevolmente disinteressato di molte cose in questi ultimi tempi, mi concentrerò in maniera schematica, sugli aspetti comunicativi e su qualche nuova dinamica che mi sembra interessante. No, non ero grazie al cielo a Piazza San Giovanni questa sera.

Sottrazione:

E’ l’aspetto più evidente dello stile comunicativo della premiata ditta Grillo- Casaleggio. Quanti cartelli del Movimento avete visto in giro? Quanti rappresentanti avete visto in TV? La latitanza comunicativa nei canali “tradizionali” è l’esatto corollario della saturazione. L’insofferenza nei confronti di determinata politica è anche l’insofferenza nei confronti dei candidati dagli occhi da triglia che vi guardano dai muri delle vostre città promettendo “che tutto cambi perchè affinché tutto resti com’é”. Uno stile composto di grafica scadente, slogan sempre meno efficaci, volti sempre meno credibili. E’ la comunicazione dell’  “appaio dunque sono”. Una strategia quasi delittuosa in tempi di crisi e di profonda disillusione. Il merito di Grillo e degli spin doctors che gli sono dietro è quello di averlo capito in fretta, prima di molti altri.  Di aver ancorato questo processo di “sottrazione”a una virtù: non prendiamo soldi pubblici per la campagna elettorale. Nei muri delle nostre città, nelle nostre tv, Grillo e i suoi sono l’oggetto mancante. Lo stesso comico si intravede, di tanto in tanto, negli inserti dei tg e nelle news dei giornali on- line. Stop. Anche quando vedrete manifesti di  Cinquestelle, difficilmente vedrete il volto di un candidato. L’estromissione della Salsi e di Favia, non sono un caso e non sono liquidabili solo come epurazioni di tipo sovietico. Rispondono alla violazione di una strategia che per il movimento è vitale. Grillo e Casaleggio sanno benissimo che la loro diversità consiste nel non frequentare le TV e i giornali. La loro forza è fare parlare di sé senza apparire mai (la mancata apparizione a Sky, annunciata e poi smentita, si inserisce in questo solco comunicativo). Una delle tecniche più raffinate di quello strumento teorizzato da venti anni, chiamato Guerriglia Marketing. Una strategia che  fa sembrare Monti che accarezza il cagnolino  in Tv, Berlusconi con la nuova fidanzata, e Bersani e i suoi giaguari, grottesche anticaglie del secolo scorso.

Destra- Sinistra:

Premetto che non esistono movimenti che non siano “né di destra, né di sinistra”. Ogni movimento politico rivela col tempo una polarità che oscilla fra queste due macro-categorie partorite dalla Rivoluzione Francese. Come la mettiamo con Grillo allora, che si professa “post-ideologico”? A mio avviso c’è da fare una premessa. Italia e modernità sono due concetti profondamente disgiunti. Il populismo e la demagogia si diffondono perché questo paese ha una naturale allergia alle dinamiche del mondo moderno. La forza di Grillo è quella di aver capito che ci sono tematiche che trascendono questa naturale contrapposizione. L’assenza di legalità, ad esempio, è in questo paese, l’emergenza numero uno. Non è un caso che in questi anni si siano avvicendati una serie di partiti di forte stampo legalitario (la prima Lega Nord, Di Pietro e ultima arrivata,  Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia). Il vero dramma è che nessuno dei partiti di destra o sinistra può strutturare un discorso credibile sull’argomento. La sinistra ha provato a fare della lotta alla legalità la sua bandiera, ma è difficile dimenticare un certo signor Mastella al Ministero della giustizia, il caso Penati in Lombardia, le vicende di Bassolino in Campania e via dicendo. Non parlo della vicenda MPS, per il semplice motivo che non ne so nulla. Berlusconi, e la destra? Beh, penso sia inutile aggiungere alcunché. Discorso parallelo vale, per le miriadi di lobby e corporazioni che ingessano la vita civile e produttive. Il mondo delle professioni, solo per fare un esempio che conosco da vicino, è in questa nazione a completo appannaggio delle élite alto borghesi. Provate a farvi due anni di master di giornalismo, quattro anni di scuola di psicoterapia, o due anni di pratica gratis da un avvocato per entrare in uno di quei tanti ordini professionali istituiti dal Fascismo negli anni ’30 e mai aboliti, e avrete un’idea di quello che sto dicendo.  Al posto del mercato (e del merito)  abbiamo una corporazione, al posto della modernità un assetto di tipo feudale: tematiche ampiamente ignorate da tutti gli schieramenti politici che si sono avvicendati in questi anni . Quando Grillo, ad esempio, chiosa con affermazioni come “Aboliremo i sindacati” è evidente che dica una fregnaccia di stampo autoritario. Sarebbe utile però andare al di là di queste affermazioni, capire perché possa dire queste cose venendo osannato dalle folle. Mi aspetterei magari un’analisi delle azioni sindacali di questi anni volte all’estensione dei diritti ai precari, ai non garantiti e in ultima analisi a tutte quelle categorie che un sindacato dovrebbe difendere. Sfoglio i quotidiani di “sinistra” e trovo generici allarmi (anche legittimi, per carità) sulla deriva  “fascista” di Beppe Grillo. Demonizzare l’uomo senza capirne le ragioni, né le motivazioni del  consenso. Una tecnica particolarmente efficace, già sperimentata con Berlusconi. Una bella catarsi per non guardarsi dentro, individuare il mostro e riaffermare così  la nostra purezza. C’è solo una cosa che va quasi sempre storta.  Il “mostro” alla fine vince, forse anche perché  questa purezza era un po’ falsa. Chissà.

Internet v.s. TV:

Una cosa è certa, Grillo ha cambiato profondamente la comunicazione politica di questo paese. Ma siamo sicuri che a cambiare non siano stati semplicemente i mezzi di comunicazione e le modalità comunicative? E che una classe dirigente da reparto geriatrico non se ne sia accorta? Molti accostano l’ascesa di Grillo e dei Cinque Stelle all’ascesa televisiva di Berlusconi nel 1994, un paragone azzardato che non tiene conto di un aspetto fondamentale. Non è Grillo che cerca la gente, è la gente che cerca Grillo. Le campagne di Berlusconi si aprono nel 1994, con l’invio di un  libretto autocelebrativo nelle case di tutti gli italiani, si chiudono nel 2013 con la falsa restituzione dell’IMU via posta per  ingraziarsi il voto degli anziani. Nel mezzo abbiamo avuto anni e anni  di apparizioni televisive, manifesti con sorriso 36 denti, slogan ricchi di promesse e un mondo sospeso tra le rappresentazioni del Mulino Bianco e le fantasie del Marchese De Sade. Un’intromissione costante nella vita e nel privato dei cittadini che il più delle volte ha dato i suoi frutti. Internet funziona un po’ differentemente della scatola parlante. In Internet siamo noi, il più delle volte a cercare l’informazione. In rete trionfano la viralità, il passaparola, i teaser. Grillo lascia a livello comunicativo degli “indizi “che gli utenti sono portati a completare, anche attivandosi direttamente. Non entro nel merito  delle utopie deliranti tipo “la democrazia diretta attraverso la rete”o la dubbia gestione del dialogo con gli utenti sul sito del comico. Quel che conta in questa analisi sono gli effetti comunicativi ottenuti. L’analisi  sulla democraticità o meno del Movimento la lascio ad altri molto più competenti di me.  Il cuore di questa nuova modalità è  l’interattività, così come quello della modalità televisiva è la fruizione mono-direzionale dei contenuti. In questo contesto fanno tenerezza i tweet di Mario Monti, o i blandi tentativi di Bersani di inserirsi in questo flusso comunicativo (link 1 – link 2). La comunicazione è cambiata profondamente. In pubblicità se ne sono accorti da un bel po’ di tempo. In politica, almeno in Italia, no. Segno che l’esigenza di ricambio generazionale è forse qualcosa di più di un semplice mantra retorico. Gli anni ’60 e ’70 sono lontani, anche se molti non se ne sono accorti. Molto lontani.

Spettacolarizzazione e utopia:

Che la politica sia ormai un grande apparato spettacolare mi pare evidente. La rappresentazione ha superato la realtà e l’argomentazione cognitiva nella costruzione del consenso, con buona pace di Guy Debord. E’ una deriva solamente italiana? Non credo. Basta vedere il flusso comunicativo proveniente dalla Casa Bianca per rendersi conto di cosa sto parlando. Le foto di Obama fanno il giro del mondo, e poco importa  se non siano legate all’operato effettivo del presidente americano. Quel che conta è che contribuiscono comunque ad accrescerne la simpatia  e il consenso. Circolano in maniera virale attraverso i social network e la rete. In un mondo saturo di contenuti e di dietrologie in tempo reale, i consensi si conquistano soprattutto così. I comizi di Grillo sono basati su tempi scenici attentamente studiati, sull’istrionismo, sulla semplificazione di temi complessi : in una parola, sullo spettacolo. Con una variante. Il comico genovese ha dalla sua il vantaggio di indicare prospettive politiche più ampie della quotidiana Realpolitik. Una buona analisi la trovate sviluppata qui. Non importa se queste prospettive siano attuabili o meno (ripeto, non sono qui a fare un discorso politico sul grillismo), il punto vero è che nelle piazze grilline la politica sembra allontanarsi dall’amministrazione dell’esistente per divenire uno strumento con il quale costruire nuovi orizzonti, e se vogliamo, utopie.  “Per l’allegria il nostro pianeta  è poco attrezzato. Bisogna strappare la gioia ai giorni futuri” scrive Vladimir Majakovskij dopo la  Rivoluzione d’Ottobre. Fuor di retorica, quando la politica abdica a ridisegnare nuovi scenari, abdica a una delle sue dimensioni fondamentali. E se questo è vero anche a destra, è vero soprattutto a sinistra.

La costruzione del nemico:

La parola “nemico” fa schifo. Fa subito venire alla mente gulag e campi di sterminio. Dal “nemico di classe” al “nemico della razza” i drammi più grandi dello scorso secolo si sono sviluppati sull’utilizzo di questo semplice aggettivo. Ma senza cadere negli estremismi, si può davvero costruire identità senza contrapposizione? Io non credo. Belusconi è stato un “maestro” negli anni scorsi  a paventare la minaccia degli ex comunisti. Grillo ha dalla sua la costruzione, spesso artificiosa, di un nemico immediato, tascabile, alla portata di tutti, con la quale compattare il movimento. Il politico sessantenne alla quarta legislatura, il parassita sociale indicato dalla “Casta” alla guida di una pubblica amministrazione, le banche, il giornalista tronfio e fazioso, il manager corrotto;  in poche parole tutta la classe dirigente degli ultimi trent’anni,  vero bersaglio di una paventata e rancorosa palingenesi. Più che deridere questa demagogica prospettiva, toccherebbe ancora una volta capire perché il discorso attecchisce e conquista fette sempre più ampie di popolazione. Io credo che il segreto sia essenzialmente uno, e si ricollega a quanto detto prima. Sono tempi difficili  non solo per questo paese. Tempi in cui si tende spesso ad affidarsi a soluzioni semplici per problemi complessi. Ma, dati ISTAT alla mano, siamo anche la nazione dove la mobilità sociale è da circa trent’anni tragicamente ferma.  Una gran fetta di paese sente di non avere più nessuna prospettiva. La narrazione grillina è sicuramente consolatoria e retorica, ma s’innesta sulla mancanza di narrazione della sinistra tout court. Una sinistra che fatica sempre più ad individuare e dare voce alle nuove contrapposizioni (reali) di questi tempi e incarnarle, concentrandosi per lo più sulla conservazione dell’esistente; una forza sospesa tra un arguto cinismo e un “salviamo il salvabile” dalle conseguenze comunicative e politiche disastrose.

 

(Mi piacerebbe che non prendeste queste osservazioni come una dichiarazione di voto. E che sono purtroppo laureato in Scienze delle merendine, quindi un fallito, come direbbe quel brav’uomo di Bruno Vespa e ho il vizio dell’analisi. )

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked. *

Related articles