Non chiamateli Nerd

“Viene chiamata furto e pirateria, come se condividere ricchezza e conoscenza fosse l’equivalente di depredare una nave uccidendone la flotta. Ma il condividere non è immorale, al contrario, è un imperativo morale”. Riassumeva così, il giovane informatico morto suicida lo scorso 11 gennaio, il senso del suo impegno e del suo lavoro. Una frase che assomiglia a un testamento spirituale.

Su Aaron abbiamo imparato molte cose in questo ultimo mese. Talento precoce e figlio d’arte (il padre era stato il  fondatore di una società di software), Swartz contribuì in maniera determinate, sin dall’età di 14 anni, allo sviluppo del formato RSS, uno dei più popolari e flessibili “mezzi” di diffusione di contenuti sul web. Un esordio da enfant prodige che sembrava destinare  il programmatore alla stessa felice parabola di alcuni suoi coetanei, ora baby miliardari. Ma a differenza dei suoi giovani colleghi, Aaron aveva saputo allargare i suoi orizzonti, analizzando le implicazioni politiche e sociali che i nuovi strumenti di comunicazione stavano innescando. Un interesse che l’aveva portato, giovanissimo, a collaborare con il giurista statunitense Lawrence Lessig  nella  creazione delle licenze Creative Commons, standard ormai utilizzato internazionalmente e valida alternativa alle rigide leggi che regolano i diritti di copyright.

“Il ruolo dell’informatica e delle tecniche di comunicazione a supporto digitale non consisterebbe nel ‘rimpiazzare l’uomo’ e neppure nell’avvicinarsi a un’ipotetica ‘intelligenza artificiale’, ma nel favorire la costruzione di collettivi intelligenti in cui le potenzialità sociali e cognitive di ciascuno possano svilupparsi e ampliarsi reciprocamente” scriveva  nel lontano 1994 Pierre Levy ne “L’intelligenza collettiva”, un saggio diventato un vero e proprio classico per l’antropologia della rete.  Una visione forse eccessivamente ottimista, ma rilevante nella creazione di una delle utopie più importanti del XXI secolo: la costruzione di una società trasparente. Un’utopia che passa attraverso nodi quanto mai concreti: la libera circolazione di idee e di conoscenza, la drastica riduzione (se non la vera e propria eliminazione) dei diritti di copyright, la pubblicazione in rete di archivi e documenti governativi, la trasparenza dei finanziamenti ai politici e dei relativi processi decisionali, la salvaguardia di dati sensibili  nelle nostre quotidiane interazioni in rete e via dicendo. Era questo il background  culturale che Aaron Swartz aveva respirato e contribuito ad accrescere.

Dopo aver contribuito a fondare con la sua compagnia il social network Reddit per condividere e votare link in rete (35 milioni di utenti nel 2011), rilevato nel 2007 dalla Condè Nast, Swartz orienta i suoi sforzi verso la libera diffusione dei contenuti in rete.  Nel 2008 scarica e pubblica  il 20 per cento del database PACER della corte federale degli Stati Uniti, provocando l’interesse attivo dell’FBI nei suoi confronti. Due mesi dopo il caso viene chiuso senza condanna. Tra il 2011 e il 2012 è uno dei protagonisti del movimento che aveva contrapposto vari colossi della new economy e attivisti internet di ogni ordine e grado alle multinazionali dell’intrattenimento americano. L’obiettivo? Quello di non far passare la SOPA, una rigida legge sul copyright che avrebbe comportato la chiusura e la censura preventiva di numerosi siti e servizi web. Una battaglia vinta anche grazie all’impegno attivo di Aaron e al movimento da lui fondato: “Demand Progress” (http://demandprogress.org/).

Una personalità vivace, fiaccata da anni da un male sordido e terribile come la depressione, ma anche dalla minaccia di una condanna eccessiva . Swartz rischiava di scontare fino a 35 anni di carcere per essersi connesso alla rete del MIT e scaricato 4.800.000 articoli e documenti da JSTOR, una biblioteca digitale, mettendo i documenti su una rete di condivisione accessibile a tutti. Un’accusa che ha fatto parlare amici, conoscenti e colleghi di “bullismo istituzionale” da parte dello stato. Ma il caso di Aaron Swartz non è purtroppo un caso isolato.

Nel novembre del 2011 il web aveva già pianto la scomparsa di un giovanissimo innovatore: Ilya Zhitomirskiy. Classe 1986, Ilya stava lavorando con altri quattro compagni di studio della New York University allo sviluppo di un innovativo social network, ribattezzato in un articolo del New York Times come “il killer di Facebook”: Diaspora.  Una parola che descrive pienamente la filosofia del progetto. Se le maggiori critiche mosse alla creatura di Zuckenberg derivano sopratutto dall’uso disinvolto dei dati personali degli utenti, (Facebook ha cambiato le sue politiche sulla privacy almeno una dozzina di volte) venduti e commercializzati ai miglior offerenti, il social network ideato dai quattro ragazzi della NYU nasceva proprio per migliorare la gestione della privacy. Diaspora nasce infatti come un progetto open – source distribuito, in cui i dati sono decentralizzati su differenti server. In questo modo l’utente ha il controllo completo dei suoi dati personali.

“Quando dai via i tuoi dati, li dai via per sempre e i servizi che ci offrono non sono minimamente comparabili con ciò che stanno facendo, perchè ciò che stiamo buttando via è la nostra privacy” aveva dichiarato nel 2010 Maxwell Salzberg, uno dei fondatori del progetto, al New York Times.

Un ammontare di 200,000 dollari, raccolti fra oltre 6000 donatori (tra i quali figurava curiosamente anche il creatore di Facebook, Mark Zuckenberg): queste le cifre raccolte in pochi giorni dai quattro ragazzi per il progetto. Un record. Diaspora era diventato in pochissimo tempo una sorta di bandiera per tutti quelli che vedevano nell’accumulo di informazioni personali da parte delle multinazionali e delle istituzioni governative una reale minaccia alle libertà civili e ai diritti umani. Una visione ampiamente condivisa dallo stesso Zhitomirskiy, come affermato dal giovane in un’intervista rilasciata nel 2010 al New York Magazine: “C’è qualcosa di più importante del ricavare soldi dalle nostre creazioni. Innovare il mondo intero lì fuori è meraviglioso”.

Il giovane matematico si è suicidato nella sua casa di San Francisco il 12 novembre 2011, troppo presto per vedere pregi e difetti della sua creazione. Diaspora nel frattempo è ancora in fase di sperimentazione, ma il progetto e l’entusiasmo che lo circondava sembrano essersi largamente arenati.

Avete mai scambiato un file mp3 o scaricato un film da internet da un sistema di file sharing? Se sì, allora conoscete indirettamente il lavoro di Gene Kan. Gene diede un contributo fondamentale alla creazione di Gnutella, uno dei primi programmi open source per ampliare lo scambio peer to peer, durante i primi anni 2000.  Per peer to peer si intende un’architettura di rete informatica distribuita, non gerarchizzata sotto forma di Client e Server. In una rete peer to peer tutti i nodi della rete sono equivalenti e assolvono a entrambe le funzioni: fornire e ricevere informazioni.

Gnutella rappresentava un modello di rete peer to peer pura, in quanto, a differenza di altri sistemi quali Napster, il sistema si poggiava su un modello completamente decentralizzato, senza nessun bisogno di server, nemmeno per le funzioni di ricerca. Una rivoluzione epocale, che permetteva agli utenti di scambiare materiale di ogni tipo, senza scaricarlo da fonti centralizzate. Un’innovazione di certo non gradita alle case discografiche e ai colossi dell’intrattenimento globale, che vedevano (a ragione) nella nuova metodologia un mezzo per scambiare materiale protetto da diritti d’autore.

“Le cosidette tecnologie peer to peer come Gnutella o Napster, danno alle singole persone lo stesso potere delle grandi multinazionali nella distribuzione della conoscenza. Vanno a colmare il vuoto lasciato dal web, sono il primo esempio di applicazioni dove i contenuti sono decentralizzati. Gnutella si comporta come la gente comune: ti connetti direttamente con i tuoi amici ed entri in contatto con gli amici dei tuoi amici” dichiarava il giovane programmatore nel 2000 in un’intervista rilasciata al quotidiano statunitense The Atlantic.

Kan divenne famoso per essere il portavoce del progetto e l’ambasciatore di questo nuovo modo di concepire il web. Celebre la sua deposizione al Comitato del Senato Giudiziario  americano nel 2000 sui diritti di proprietà intellettuale nell’era digitale. Una visione articolata nella stessa intervista all’Atlantic rilasciata nel 2000: “Sia che ci siano dei provvedimenti giudiziari che influiscano sul peer-to-peer e sia che queste tecnologie favoriscano o meno il libero pensiero le aziende dovranno adattarsi al cambiamento per sopravvivere. E’ un cambiamento ciclico, che altre industrie hanno già conosciuto in altri termini”.

La vicenda professionale e umana di Gene si è esaurita tristemente il 29 giugno del 2002 con un colpo di pistola alla tempia. Gli amici hanno confermato che Kan era depresso da tempo. Qualche giorno prima aveva editato il curriculum vitae caricato nel server dell’Università della California di  Berkeley con una nuovo sommario: “Triste esempio di essere umano. Specializzato in fallimenti”

Parabole umane molto simili quelle di Swartz, Zhitomirskiy e Kan, contrassegnate dalla quello che, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, è il male del millennio: la depressione. E’ però indubbio che le pressioni a cui questi ragazzi erano sottoposti non erano comparabili a quelle di molti loro coetanei. Ma se elaborare teorie generali  o addurre cause esterne per un gesto estremo e doloroso come il suicidio è quantomeno ingenuo, forse è doveroso concentrarsi sui valori e sulle motivazioni che hanno guidato le creazioni di questi giovani pionieri. Parlare di piccoli geni nerd solitari e depressi è quantomeno riduttivo. Difficile  non accorgersi che imperversa una battaglia capace di ridefinire il mondo che stiamo vivendo e che ci troveremo ad abitare. Un conflitto invisibile destinato a rimodellare elementi fondamentali delle nostre vite come il libero accesso ai contenuti e alle produzioni d’ingegno nella società digitale o  la trasparenza dei processi decisionali.

Viviamo in un sistema tuttora ancorato alle vecchie modalità analogiche, quotidianamente scavalcate dall’evoluzione tecnica. Molti dei figli di questa generazione hanno capito che la realtà è perennemente riplasmata dalle nostre interazioni digitali, che operare su queste ultime significa anche cambiare le normali forme di interazione che regolano le nostre vite. In questo contesto la rete non è più uno spazio destinato unicamente all’incontro e allo scambio di informazioni, ma un luogo dove superare e ridefinire le consuete dicotomie che hanno contrassegnato la modernità, come quelle tra controllori e controllati, produttori e consumatori, governanti e governati.

Una battaglia spesso combattuta senza frontiere e senza risparmiare nulla. Ne sanno qualcosa Julian Assange, il carismatico e controverso fondatore di Wikileaks,  rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra dal 16 agosto scorso, dopo l’approvazione della procedura di estradizione messa in atto dal governo inglese o i protagonisti della recente “primavera araba” in Nord Africa e Medio Oriente. Il futuro corre in rete, nell’infinità di terminali che definiscono l’ossatura di quella che viene chiamata “società dell’informazione”. I dati che lasciamo quotidianamente sul web stanno già definendo chi siamo per il mondo esterno e lo faranno sempre di più negli anni a venire. Allora forse sarebbe il caso di ricordare questi ragazzi non come semplici nerd, racchiusi nel loro mondo di bit e algoritmi, ma come veri e propri intellettuali e attivisti del XXI secolo, impegnati come ogni vero intellettuale in un compito fondamentale: mostrarci una strada che non riusciamo ancora a scorgere.  La stessa su cui domani, consapevoli o meno, cammineremo tutti.

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