Alla velocità del buio

C’è un libro che da troppo tempo sostava sul mio comodino. Si chiama “La velocità del buio”, titolo appropriato per raccontare la deriva di questi ultimi venti anni. Un altro saggio su Berlusconi, mi dicevo, no, io di Berlusconi francamente ho la nausea. Una premessa, ho conosciuto Giorgio (l’autore) a Dublino qualche anno fa. Di quei mesi ricordo sopratutto lo scarso sonno, le grandi bevute e la perenne ricerca di un lavoro (io ne avrò cambiati almeno sei). Ci si ritrovava a parlare dell’Italia di tanto in tanto nelle feste dopo una dose massiccia di birre. Non so quante volte mi è capitato di sentire (e ripetere a mia volta) il mantra: “Non serve a nulla”, “Se siamo qui ci sarà un motivo”, o “E’ l’Italia” e via dicendo. No, forse quando ero a Dublino, cos’era veramente questo Paese non lo sapevo, o almeno, non quanto adesso. “Cos’è l’Italia” ho imparato a sperimentarlo sulla mia pelle negli anni successivi.

Anche Giorgio credo di averlo conosciuto meglio poi, tramite il suo blog, che seguo e che vi invito a leggere. Mi sono deciso a prendere il libro in mano solo dopo un pò. Mano e mano che scorrevo le pagine mi sono accorto che la lettura non mi pesava, anzi. Il saggio non mi parlava solo di Berlusconi, ma anche del mio vissuto. Un tentativo di risposta ai numerosi interrogativi e ai tanti alibi che sottostannno all’anomalia di questi anni. Ai tanti “E’ l’Italia”, ai troppi “Fa tutto schifo” che mi è capitato di pronunciare. Ma non solo. Il libro tendeva a riportare il berlusconismo nel solco della mia quotidianità. Una quotidianità troppo spesso permeata da egoismo, superficialità e irresponsabilità diffusa. Inquadrava il berlusconismo non tanto (o meglio non solo) come un’assurdità politica e legale, ma come una sorta di pozzo avvelenato capace di inquinare i miei rapporti sociali e affettivi, la mia realtà, le mie prospettive, e ne combatteva nello stesso tempo la dimensione di tragedia e ineluttabilità. La recensione che trovate sotto doveva essere pubblicata su un magazine on-line. Per varie ragioni, che sottostanno alle (spesso) impercrustabili logiche editoriali , non è andata su. La ripropongo qui sotto (anche se un pò lunga per un blog).

Sono passati quasi venti anni dalla trasformazione de ”L’Italia è il paese che amo” (1994) a “L’Italia paese di merda” (2011). A pronunciare la frase, nel corso di una conversazione telefonica (intercettata), il premier Silvio Berlusconi. Di non abitare nel migliore dei mondi possibili credo ce ne fossimo accorti in molti. Ma sono convinto che in Francia, Germania o negli Stati Uniti lo stesso sarebbe probabilmente bastato a scatenare una crisi di governo. Non credo sia l’apice raggiunto dal nostro primo ministro. Ha detto cose ben peggiori nei confronti dei magistrati, delle donne, degli omosessuali, del popolo di sinistra, degli immigrati e via dicendo. Ancora una volta invece si è assistito a poche reazioni indignate, come se si trattasse di una freddura pronunciata dall’ultimo avventore del bar sport sotto casa o da un vecchio zio ormai in là con gli anni afflitto da arteriosclerosi. Ingenuamente, per un istante, mi è venuto da chiedermi “come si arrivati a questa situazione?”.

Una premessa. Di Berlusconi ho la nausea. Su di lui conosco sicuramente non tutto, ma molte cose. Ho assistito ad anni di saggi, inchieste, libri e invettive. Berlusconi è ancora lì, malgrado i segni di cedimento di questi ultimi mesi. E’ davvero necessario scrivere qualcos’altro sul personaggio? Credo di sì. A patto che si tratti di una storia diversa.

La lettura de “La velocità del buio” (Zona Editore) rappresenta per molti aspetti “una storia diversa”. Scritto dal trentenne Giorgio Fontana il saggio si propone di tracciare una rotta nei binari disegnati dal berlusconismo in questi ultimi venti anni.

Cosa rappresenta l’anomalia berlusconiana per chi ha trent’anni e non può permettersi “il lusso della nostalgia”? Innanzitutto il simbolo di un edonismo irresponsabile diventato l’unico modello sociale plausibile, un paradigma che eleva l’egoismo personale a unico metro di giudizio, suggerisce l’autore. Una forma di pensiero, prima che di governo, che esclude ogni forma di progettualità e slancio capace di travalicare la mia individualità e il mio presente; la tirannia del “Qui e Ora” che non contempla il rispetto di norme condivise, né l’esistenza di pulsioni sganciate dal profitto immediato. Un regno dove nulla rappresenta un fine in sé stesso (e nulla ha quindi un valore insostituibile), ma tutto si trasforma un mezzo per accrescere il mio personale godimento.

L’obiettivo del saggio è considerare Berlusconi non solo (o non tanto) un enorme cortocircuito politico e legale, ma un problema cognitivo. Tre i capisaldi che reggono l’anomalia: crisi di una dimensione etica condivisa, crisi dell’argomentazione razionale, crisi della verità. Sono queste tre realtà che caratterizzano il ventennio berlusconiano più forse di ogni altro aspetto. La verità in questo universo non conta più nulla, suggerisce Fontana. L’argomentazione razionale è “pericolosa” perché mi obbliga a offrire giustificazioni possibilmente condivise per le mie azioni o le mie parole e come tale va abbattuta. Chi argomenta, chi si limita a verificare i fatti e fornire delle spiegazioni, viene visto come “un fesso” nella maggior parte dei casi. Al dialogo si è sostituito progressivamente il litigio e la delegittimazione del referente. Eccoci allora arrivati al cuore del problema. Ben al di là di essere unicamente un disegno politico quantomeno discutibile, che si alimenta di illegalità diffusa, il berlusconismo si pone come “Un attacco costante a verità, razionalità, etica o, più precisamente come il tentativo di legittimare che verità, razionalità ed etica siano cose insignificanti di fronte al proprio tornaconto”. Un progetto che si è staccato presto dal proprio creatore per diffondersi trasversalmente nella nostra quotidianità e persino in noi stessi. Cos’è allora Berlusconi, l’ennesima autobiografia della nazione o l’artefice dello “stato delle cose” in cui siamo immersi? Forse né l’uno, né l’altro, suggerisce il saggio. In quanto Berlusconi è sia l’incarnazione di mali e vizi di lunga data, sia la decisa accelerazione di una deriva .

“La velocità del buio” si apre con una domanda, che nasconde una premessa: “Come siamo arrivati a questo punto?”. Esiste un DNA immutabile rilevabile nella popolazione italiana, che possa giustificare questo stato di cose?. La risposta di Fontana è no. Esistono problemi atavici e ricorrenti nella storia del Paese. Un’unità debole ed etero- diretta, l’incapacità di riconoscersi nelle norme e nella collettività, un enorme differenza economica tra Nord e Sud, il culto diffuso del “particolare”, un “familismo amorale” trasformatosi da espediente di necessità a mezzo per giustificare cinismo ed egoismo, una serie di occasioni mancate specialmente negli anni del boom economico e quelli successivi della contestazione delineati da Guido Crainz nel saggio “Il Paese mancato”, ad esempio. In sintesi, quello che è forse sempre mancato al paese è stata una mancata educazione alla modernità, intesa come estensione dei diritti e dei doveri pubblici, senso civico concreto, fiducia anche minima nelle istituzioni. Ma non esistono “età dell’oro” e neppure affascinanti “mutazioni antropologiche” di pasoliniana memoria, per il semplice fatto che non esistono codici genetici dell’italianità. Esistono fenomeni storici e sociali determinati, sui quali si può e si deve influire.

Per capire l’Italia attuale, è allora meglio perdere di vista ogni nostalgia, perché l’Italia di un secolo, ma anche di trenta o quarant’anni fa, non è lontanamente paragonabile a quella che stiamo vivendo. La realtà odierna è quella di un paese dove appena il 20,2 % dei cittadini ha le competenze minime di lettura, scrittura e calcolo indispensabili per muoversi in una società complessa (I dati sono tratti da “La cultura degli Italiani” di Tullio De Mauro), problema rispetto al quale anche quello del “digital divide” perde spessore, perché la ricchezza delle rete e dei new media è basata su una complessità che va gestita con adeguati strumenti cognitivi e culturali. L’Italia contemporanea è il paese abitato da un ceto medio accomunato “da uno stile esistenziale volgare, rancoroso, consumistico – dove tutto può e deve essere consumato, tutto si riduce alla fruizione violenta e immediata”, una paese fondato su una videocrazia in cui le immagini hanno perso spesso ogni significazione, dove la lingua viene svuotata semanticamente ogni giorno (si pensi alle mille declinazioni del termine “comunisti” o alla magistratura definita “metastasi della democrazia”). Il tutto con un aggiunta importante: l’incapacità della sinistra di essere realmente “pop”, di creare una cultura non èlitaria non necessariamente speculare a quella berlusconiana, una tendenza già intuita in tempi non sospetti da Edmondo Berselli.

Date le premesse, sarebbe semplice arrendersi al “Non serve a niente”, titolo di un piccolo capitolo del saggio e mantra ascoltato e ripetuto infinite volte in questi ultimi anni. La via di uscita dalla “sensazione destinale” del berlusconismo, si chiama invece per Fontana recupero dell’“Illuminismo”, inteso come ideale senza tempo e ancora in itinere, basato su un corretto esercizio della ragione. Citando Kant l’autore invita a “Offrire dei buoni motivi per le nostre azioni. Motivi più o meno validi, ma comunque fedeli a una prassi di argomentazione: e cioè valutabili tendenzialmente da chiunque” . Ciò coincide con la ripresa di una dimensione in cui diritti e doveri sono le due facce di una stessa medaglia: quella della cittadinanza attiva. Una dimensione che si basa sul recupero dell’indignazione e della vergogna, sull’eliminazione diretta del “Tiranno che è in noi”. Sulla costruzione di un’identità nuova, in cui possa riconoscersi sia il figlio di un immigrato di Messina, che la casalinga di Trieste. Un appello esteso anche agli intellettuali e agli operatori culturali: quello di allontanarsi dal chiacchiericcio e dall’autoreferenzialità e dedicarsi alla creazione di buoni contenuti. Tornare al lavoro di argomentazione, di verifica e di diffusione orizzontale della conoscenza.

In sintesi, la “storia diversa” capace di combattere il belusconismo, passa nell’allargamento della dimensione del presente, nella capacità di proiettarsi e di progettare, nel recupero di un “Noi” a vantaggio di un “Io” ipertrofico e insolvente che ci hanno cucito addosso. E’ una strada percorribile? Sinceramente non lo so. So che il libro su di me ha avuto essenzialmente un effetto: quello di riscattarmi dal torpore in cui mi sento periodicamente immerso. Il pregio del saggio a mio avviso non è tanto quello di offrire soluzioni, ma strumenti per orientarsi nel disordine e nell’impotenza di questi tempi. Il riportare il berlusconismo nel solco di una quotidianità spesso composta da superficialità e irresponsabilità, veri e propri frutti avvelenati di una stagione lunga più di venti anni.

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