A largo

La luce delle scale dell’albergo di fronte, il mare invisibile come un sintomo, lo sai, è da lì che filtra la tua estate. Anche adesso che l’estate non la senti, anche se sei lontano. Se stringi le dita ti chiedi perchè ti sia sempre piaciuto l’odore che c’è dopo un acquazzone o il nuotare a sera nel tuo mare fino a largo e startene lì a guardare il mondo svanire. C’è un tempo in cui ogni sera d’estate è una promessa. A te piaceva osservarla da lontano accendersi piano la sera. L’utopia inquieta di tracciare un solco, ritrovarti in altri sguardi, altre bocche, altre parole. La stupida convinzione che non sia tutto destinato a svanire intorno. La sensazione che ci sia qualcosa intrappolato lì fuori, qualcosa che può parlare solo a te.

Non sei più lì, ma in un quartiere romano deserto. Anche se lo fossi non proveresti le stesse cose. Ti affacci e c’è solo una radio che va. I quattro accordi di Karma Police. Le macchine che sfumano via lontano. Quando cessano, ti accorgi di aver perso parecchie cose per vedere ancora quelle sere d’estate con gli stessi occhi. Ti racconti che è un processo di sottrazione necessario per arrivare a te. O forse anche questa è l’ennesima giustificazione per dormire meglio. Allora pensi che se fossi lì a largo percepiresti che lo starsene lì a galla probabilmente non ha senso. Ma che forse il tuo essere uomo consiste solo in questo: non arrenderti all’ineluttabile. Altre mani, altre braccia hanno fatto sì che stessi lì ad aspettare quella sera. Conta questo, qualsiasi sia la fatica, qualsiasi sia il prezzo. Semplicemente perchè “Così vanno le cose, così devono andare” come diceva una vecchia canzone. Esci fuori e la notte d’estate è quella che è sempre stata, un tappeto sporco su cui camminare a piedi scalzi, un mare calmo infestato di sirene. Alzi gli occhi in alto, poi si spegne anche la radio e ti accorgi di essere solo. Non ti dispiace esserlo. Come se la riva fosse lì in fondo, ma non ci fosse nessuna fretta. Ogni bracciata nella sera una ferita che il mare ricuce istantaneamente. Non hai tempo di voltarti a osservarne la scia. Si vive sempre in una terra che non ci appartiene. Si vive “estirpando la gioia ai giorni futuri”. Ma c’è qualcosa di vivo anche nel tuo respiro. Qualcosa che vuoi afferrare. Qualcosa che forse afferrerai, un giorno.

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