Luci abbaglianti della città

C’è una nostalgia che non ci appartiene. Viene dai racconti che ci sussurravano per prendere sonno o per spaventarci da bambini, dal libro divorato all’ultimo banco durante l’ora di chimica, dal film che ci ha tenuto compagnia mentre fuori nevicava, da tutte le voci che hanno provato a evocare in noi altre voci e da tante, troppe cose che non appartengono alla giurisdizione del sole. C’è una Milano che non ho conosciuto e che non conoscerò mai, ad esempio. La Milano dei vecchi Navigli degli anni ’50 raffigurata e tradita dei tanti quadri a buon mercato che mio nonno vendeva, una città fatta di battelli carichi di merci, palazzi che svettano nella nebbia, profili di donne che si frammentano nel buio e nel Biancosarti. Non c’è niente di più indistinto e sognante della nostalgia di ciò che non si è vissuto.

I film di Chaplin, mi fanno più o meno questo effetto. La sua grandezza è quella di avermi regalato un fermo-immagine semplice. Un omino che non sa marciare in riga con eserciti trionfanti, non sa stare al suo posto in una catena di montaggio, né abbandonarsi a facili celebrazioni o retorici ideali, senza tradire irrimediabilmente sé stesso. Il prezzo è l’emarginazione, il guadagno è l’autenticità. Un“vagabondo” che non può ignorare la storia e la realtà, ma che riesce a smontarne i miti con la sola forza della propria inadeguatezza. Basta soffermarsi su qualche pantonima di “Tempi moderni” per capire cos’è stato (e cos’è) il fordismo per milioni di operai, è sufficiente qualche fotogramma di “Il grande dittatore”o “Charlot soldato” per capire cos’ha voluto dire la parola “Patria” e il militarismo in Europa nel corso del Novecento.

In “Luci della città” (rivisto in un momento di follia qualche sera fa) è l’artificio stesso della “visione” ad essere smontato. Realizzato nel ’29 come film muto , nonostante da circa tre anni il sonoro fosse una prerogativa irrinunciabile per un regista hollywoodiano, “Citylights” è un’opera che traccia un solco profondo nella storia del cinema. E’ il film dell’innocenza perduta non solo della protagonista, ma di noi spettatori. Degli occhi aperti su un mattino abbagliante e vuoto.

Semplice la trama. Charlot, il vagabondo, si innamora di una fioraia cieca. Salva poi la vita e fa amicizia con un milionario che lo riconosce però solo da ubriaco durante suoi bagordi. Grazie a questa amicizia Charlot accumula i soldi necessari per far operare e riacquistare lqa vista alla povera ragazza. Nel mezzo le luci di una città vorace e allucinata, che prende corpo ed esplode nelle nottate brave del magnate, si dissolve e si ricompone sotto casa della povera venditrice. E’ l’America ruggente degli anni ’20 riprodotta in un polveroso teatro di posa, un mondo dominato da un capitalismo irrazionale e bulimico, ben impersonificato nella figura del milionario. Un universo che verrà frammentato dal crollo di Wall Street del ’29.

Ma non è il capitalismo ad essere sul banco degli imputati (o non solo). È il nostro sguardo. La protagonista, una volta riacquistata la vista non riconosce immediatamente Charlot. Ci riesce solo negli ultimi fotogrammi, prima della fine del film , riuscendo a provare per lui solo un sentimento indistinto di pena.

Senza gli occhi della povera fioraia non potremmo forse concepire gli occhi di Marcello Mastroianni nel finale de “La Dolce vita” ad Ostia, quando la bambina, simbolo di un’innocenza ormai perduta lo chiama e lui non riesce più a sentirla. Senza “Luci della città” sarebbe forse impossibile realizzare quanta mostruosità può addensarsi nei nostri stessi occhi, mostruosità visibile in quel capolavoro che è “Elephant Man” Di Lynch, pellicola che costringe a ribaltare tutte le nostre prospettive: “Il mostro” è quello che vediamo sulla scena o è generato dal nostro sguardo? Quanto lo spettacolo può pervertire la realtà?

L’aprire gli occhi della fioraia coincide con la fine dell’innocenza, con lo sfumare della verginità della visione e del cinema stesso come neutro strumento di ricerca e fascinazione. La città che la protagonista intuiva semplicemente, è una Babilonia dove le immagini si arrampicano e si sovrappongono, dove ogni fotogramma ha una fitta rete di connotazioni che soppianta la denotazione di base. Il vagabondo è per lei un povero mendicante verso il quale provare pena.

Josè Saramago, in uno dei suoi libri più belli ed ispirati immaginava la cecità che si abbatte su una città imprecisata come un castigo biblico. Una cecità che porta ad ogni sorta di orrori, evidente metafora della crisi etica e morale che la società occidentale tout court, sta attraversando. In “Citylights” Chaplin suggerisce che la vera cecità può essere generata dalla visione stessa. Il troppo vedere rende ciechi. Il troppo sentire, sordi.

E’ la salmodia di un secolo solcato delle immagini, prodotte, riprodotte, manipolate, veicolate e usate come armi da guerra dell’artificio spettacolare, fino a renderle vacui simulacri. La “notte morale” , se di “notte morale” si può parlare, o (più sobriamente) la “crisi” che stiamo attraversando, è satura di visioni.

Si possono chiudere ancora gli occhi? Ci si può “disconnettere” per vedere o intuire? E’ ancora possibile? Il film non dà risposte. La storia nemmeno.

Siamo in tanti, orfani dello sguardo cieco della fiammiferaia che si aggrappa all’ignoto, condannati alla nostalgia di una luce pronta a farsi di nuovo segno, di nuovo possibilità.

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