Harvest

Colonnina di mercurio sotto lo zero e cielo plumbeo. Eppure mi piace guardar fuori dalle finestre questi giorni. Ripensare a dei pomeriggi. Pomeriggi rintanato tra un garage e un ufficio, fra l’odore di benzina e quello di caffè, ad ascoltare un disco. Le foto di un vecchio ragazzo dai capelli lunghi nella copertina e negli inserti del vinile. Quattro accordi e qualcosa che sapeva proiettarmi oltre. Oltre le tre del pomeriggio, il cielo irreale di agosto e la monotonia di una piccola località balneare. Me ne stavo lì in controluce, ipnotizzato a fissare tutta la polvere che lo separava dalla mia età. Non comprendevo ancora il significato delle parole, ed è buffo, credo di aver provato poche volte quella strana sensazione di libertà che avvertivo quando il disco cigolava difettoso su quella puntina. Quella voce sapeva portarmi lontano. Evocare strade, storie e malinconie che riuscivo malapena a immaginare.

Torno ancora lì quando posso. Meglio se lontano dall’estate, senza turisti nè altoparlanti gracchianti. Torno perchè lì sono i miei affetti, qualche piccola radice, qualcosa che il vento non tocca. Ricordo di un inverno passato ad addormentarmi tra i treni di passaggio e il mare, gli unici rumori presenti, i migliori, dopo una giornata di lavoro. Mi sentivo completamente solo, non ne avevo nessuna paura. Chiudevo gli occhi: “Sto seminando” mi dicevo. Non sapevo di cosa si trattasse, ma sapevo che da quel volontario isolamento stava rinascendo qualcosa.

Tutte quelle volte che ho sentito di non avere troppa terra sotto ai piedi, ho cercato di tenere a mente quel pezzetto di mare. Quel mare stupido, quell’acqua che sembra riflettere sempre e solo l’immagine di te stesso per non portarti mai a nulla. Lì mi sono specchiato, lì ho provato a osservarmi per la prima volta. L’odore salmastro dopo una giornata di pioggia e la stessa sensazione: non si è mai prigionieri finchè si riesce a concepire un “altrove”. Non importa se dorma al tuo fianco, sia incagliato nell’altra parte del mondo, esista solo nella tua testa o ti sorprenda tra i quattro accordi di una canzone come questa.

“Will I see you give, more than I can take? Will I only harvest some? As the days fly past will we lose our grasp, Or fuse it in the sun?” canta Neil. Me lo chiedo anche ora. Quelle poche volte che sono stato così fortunato da chiedermelo, penso, stavo già raccogliendo qualcosa.

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