L’Aquila: anno 2.0 o 0.2?

C’è uno spazio che ho perso circa due anni fa. Uno spazio meta di tante serate, dove studiavano amici e da dove provenivano molti altri; uno spazio dove ho fatto esperienze importanti. Quando ho realizzato di averlo perso per sempre ne ero già lontano. Ora è un luogo inagibile anche per la memoria. Ecco perché mi rimane difficile parlarne.

A riportalo (virtualmente) in vita c’è ora un progetto nato circa un mese fa dalla collaborazione del motore di ricerca Google, il Comune dell’Aquila, e l’ANFE (Associazione nazionale famiglie emigrati). L’obiettivo? Ricostruire la memoria dell’Aquila a due anni dal terremoto che l’ha distrutta, usando la multimedialità e le nuove tecnologie del web 2.0. Per riscoprire una piccola parte della città e delle storie dei suoi abitanti è sufficiente entrare nel sito www.noilaquila.com e trascinare il mouse sulla cartina. Cliccando su uno dei tanti siti del centro storico, si può accedere a fotografie, video e piccole testimonianze che ricordano i singoli angoli del centro abruzzese e caricare i propri contenuti.

Qui trovate un mio articolo sull’iniziativa. Qui una fotogalleria.

“La geografia è destino” affermava Napoleone in termini geopolitici. Io credo che la geografia possa essere considerata “destino” anche in termini esistenziali. Credo che le strade che abbiamo attraversato, le case dove abbiamo vissuto, le piazze dove ci siamo fermati, ci parlino di noi e determinino quello che siamo, come poco altro sa fare. Questa è la forza del progetto: considerare la città come un gomitolo di relazioni, storie, desideri, piuttosto che come uno spazio meramente abitativo.

Le bevute e le discussioni (utopiche, stupide, arrabbiate, divertenti e spesso interminabili) fino alle prime ore della mattina in un locale che non scorderò. Il Montepulciano, gli scacchi, la musica reaggae (si proprio reggae) e i panini al formaggio. Un brindisi “alle osterie di fuori porta”. Le ragazze (o meglio le “quatrane”) sul corso della città il giovedì sera. La mia mano stretta a un’altra su un sagrato dopo una notte insonne. Lo scroscio di una fontana nel freddo. Hallelujah di Jeff Buckley, una macchina spenta, due sigarette accese e la città di ghiaccio sotto: sono le prime cose che mi vengono in mente pensando a questa città. Non so se possono fregare qualcosa a qualcuno. So che io sono divertito a ricostruire la città sulle testimonianze dei suoi abitanti, cercando di sovrapporre le mie. Credo sia un bel modo di utilizzare gli strumenti del web 2.0, specie nel momento in cui molte tecnologie nate come strumenti di interazione e condivisione, si trasformano in strumenti di narcisismo e autoreferenzialità diffusa. E’ un’idea del web sana, una speranza che avevo più di dieci anni fa, quando intravedevo in questi strumenti uno strumento di narrazione ed estensione delle consuete sfere di esperienza.

Quello che certo è che nessun archivio digitale basterà mai a sanare la realtà. Il centro storico dell’Aquila a due anni dal terremoto è ancora un ammasso di detriti, un cantiere fermo. Il terremoto che l’ha distrutta è solo l’ennesima emergenza sfruttata strumentalmente per fini elettorali e presto abbandonata. Quel che resta della città lo potete vedere nel filmato sopra. Vale più di molte parole. Quel che è certo è che l’Aquila non fa più parte dell’agenda setting nazionale. Io credo che in quelle macerie si nasconda molto di più di una città che non c’è più, quanto il crollo di un’intera classe dirigente. La fine dell’ “arte di arrangiarsi” e dell’“attesa del miracolo”, attività particolarmente predilette dai miei connazionali. Credo che sia questo il suo peccato originale a due anni di distanza. E dei peccati ci hanno da sempre insegnato a non parlare. Si cerca un confessore e un assoluzione al massimo. Qualcosa di confortante per poter continuare a peccare ancora.

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